‘”I SONETTI A ORFEO” di Rainer Maria Rilke

ORFEO

“Esiste davvero il tempo, il distruttore?

Quando, sul monte immobile, spezzerà il castello?

E questo cuore, che appartiene infinitamente al dio,

quando lo violenterà il demiurgo?

Sono davvero così angosciosamente fragili,

come il destino vuole farci intendere?

L’infanzia profonda e promettente,

si fa – poi – silenziosa nelle radici?”

(Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo, versi tratti da sonetto XXVIL)

Il mito di Orfeo è da epoche lontane il mito stesso della poesia, ed evoca, “la soglia che separa vita e morte, prossimità e lontananza, luce e ombra, perdita e possesso, ma soprattutto significato e suono”. È questo il senso che emerge dal ciclo dei cinquantacinque sonetti scritti da Rainer Maria Rilke tra il 2 e il 23 febbraio 1922, negli stessi giorni in cui, dopo lunghi anni di attesa, anche l’opera “maggiore” – le Elegie Duinesi – trovava il suo definitivo compimento.“I sonetti a Orfeo”, il movimento, l’armonia, la musica che trasforma la caducità del mondo ma allo stesso tempo è forma caduca anch’essa che subito svanisce dopo aver tracciato una linea di grazia e bellezza. Dunque in questa piena consapevolezza Rilke chiede soccorso al divino: a Orfeo. La narrazione del dio è necessariamente apparenza, ma la sua pregnanza consiste nel fatto di definirsi come espressione dell’indicibile, del divino, del mistero. La poesia di Orfeo, come dice Heidegger, “sorge dall’estasi e dalla mania, mostrando con profondità massima il legame fra le due divinità che la governano; la poesia orfica ha contenuto dionisiaco e forma apollinea”. La conoscenza, significato profondo della figura di Orfeo, ha il suo luogo nella parola che tenta l’indicibile, che si muove sul bordo dell’inesprimibile, che tenta di restare in prossimità del mistero delle cose. E le parole nei “Sonetti a Orfeo” sono parole folli, oscure, azzardate, che rimangono sul filo dell’inconoscibile. I “Sonetti a Orfeo” sono il grande poema della conoscenza umana che sa di non poter attingere al vero e all’immortale. Sono il poema dell’uomo destinato alla morte, che pure vive. Rilke stesso ci dice questo nel Sonetto XIII parte II: “Qui tra effimeri sii, nel regno del declino/un calice squillante che squillando già s’infranse./Sii, e la condizione del Non-Essere allo stesso tempo sappila”.Cosa può fare ancora, dopo di Voi, un poeta, Un maestro (Goethe, per esempio) lo si può superare, ma superare Voi -significa (significherebbe) oltrepassare la Poesia.” Così scriveva Marina Cvetaeva a Rilke, identificando in lui la poesia stessa, il poeta assoluto e insuperabile della nostra epoca. Eppure questa poesia altissima ha essa stessa un vertice: I sonetti a Orfeo. I sonetti, come le Elegie dello stesso Rilke, come i grandi testi di Eliot e di Montale, non sono un mero momento epifanico. Sono un vero e proprio racconto: tessono la trama degli eventi, dell’intreccio apparentemente incomprensibile delle cose, proponendo un’immagine visibile di quel logos, di quella ifferenza, che ci presenta il mondo nella sua ultima verità. Infatti Orfeo, il dio del canto, è il dio che canta questo nostro mondo: il mutare delle cose e degli uomini che abitano presso di esse.

La base pagana di Rilke è sempre venata o commista a una religiosità totale nella quale è compreso e inteso il messaggio cristiano. Orfeo racchiude in sé la natura dei due regni: quello visibile e quello invisibile. Così può cantare le vicende dei vivi e dei morti, frequentare indifferentemente questi e quelli, che lo ascoltano e ne traggono gioia. Ma la natura inanimata, le divine cose, assorbono tanto da restarne impregnate: e la musica degli alberi è così sensibile che Rilke intona un sonetto intero, invitando le fanciulle a danzare quei ritmi ardenti e variopinti.
Un altro sonetto è dedicato alla primavera, che con tutte le altre vicende del mondo, rappresenta ciò che, esternamente rinnoragione dei contrari e della dvandosi, rimane. Rilke invita i giovani a tenersi fiduciosi a tali vicende eterne, evitando ciò che è superfluo, le sirene della velocità e della corsa umana. Orfeo, dice, ha vinto perfino le Menadi tese a dilaniarlo, perché la sua musica è ordine e costruttività. Anche dopo essere stato ucciso, attraverso i boschi, gli alberi, i suoni delle fiere e degli uccelli lascia una traccia durevole nella natura fatta musica tutta attraverso
il suo esempio. Termina così la prima parte.
La seconda è assai più rarefatta. Il poeta pone se stesso di fronte a tutto ciò che il mondo racchiude: il respiro, l’aria, i venti, i mari, lo spazio. Canta gli specchi la cui natura sembra ingannevole e inesistente, eppure essi sono gli “intervalli del tempo” e il solo fatto di ripetere infinite volte il volto della bellezza dona loro eternità. Canta poi il mitico unicorno, un animale invisibile ma vivente, rappresentante della verginità, secondo il significato che ebbe nel Medioevo. Canta i fiori, la rosa, l’anemone; ma canta anche la macchina presuntuosa padrona della modernità, che ci perseguita e incalza lo spirito, cui non si decide ad obbedire. Inneggia al mutamento, alla fiamma che meglio di ogni altra cosa lo rappresenta. Maledice l’oro che per vincere l’uomo si travisa negli aspetti a lui più cari. Canta le stelle, i giardini, le campane e a poco a poco si immedesima nel tutto che non passa, ma come lo spirito, si identifica con l’universale. È poesia d’atmosfera che rappresenta l’estremo tentativo di adattare l’antica forma lessicale alla creazione di un mondo che già sconfina nel surreale, di piegare le antiche metafore classiche, a popolare di fantasmi del moderno sentire un’interiorità infocata.
Questa estrema opera rilkiana rappresenta un miracolo di ispirazione e di musicalità che da sola basterebbe a siglare la statura di un poeta.
In Italia la fama di Rainer Maria Rilke arrivò solo postuma. Il poeta era già morto da qualche anno quando il germanista Vincenzo Errante lo fece conoscere per la prima volta al pubblico italiano con una monografia e diverse traduzioni sia della sua opera in prosa sia dei suoi versi. Da allora Rilke fu molto amato nel nostro paese, anche se, già negli anni cinquanta, non mancarono voci fuori dal coro, come quella del demonico Giovanni Papini che, dalle colonne del Corriere della sera (25/07/1954), definì Rilke «insopportabile» dichiarando senza mezzi termini di trovare i suoi versi «estranei, ostici, incommestibili, […] trappolerie più pretenziose che preziose, […] esercizi di enigmistica da sanatorio», e di provare per lui un’invincibile «ripugnanza». ). Rilke fu ed è un poeta molto apprezzato nel nostro paese, anche perché ormai è stata sfatata la “leggenda” che lo riduceva a malinconico seduttore, abile nel conquistare e nello sfruttare con i suoi occhi profondi e tristi i favori di tante dame della buona società. È tuttavia innegabile che l’incontro con alcune personalità femminili di spicco abbia promosso la maturazione di Rilke uomo e poeta.

M.A

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