Testimonianze del ”calvario” di Alda Merini:”Io per avere questa fede dovrei sentirmi amata…”.

Lettere al dottor G., il recente libro di Alda Merini (Frassinelli, 2008, pagg.111, Euro 15)lettere
E’ la storia della sua permanenza a più riprese nell’allora manicomio Paolo Pini di Milano, raccontata attraverso le sue lettere al dottor Enzo Gabrici, lo psichiatra che l’ha seguita e aiutata ad uscire dalla follia, con la sua umanità e con la competenza, dovuta anche alla conoscenza di terapie psicologiche e psicanalitiche, che a quell’epoca – anni Settanta – solo pochi medici conoscevano, ma certamente non quelli degli ospedali psichiatrici. Se non l’ha guarita, il dottor Gabrici l’ha comunque “traghettata” verso una riva vicina alla guarigione, alla quale poi la poetessa è arrivata. Quindi l’aiuto del medico è stato necessario e fondamentale ed ha sfatato il luogo comune di quegli anni che chi entrava in manicomio non sarebbe più uscito. Poi, la “legge Basaglia” ha sancito la chiusura dei manicomi, perché in pratica erano semplici luoghi di contenzione, con violenze, stupri, vessazioni più dosi massicce di sedativi e di elettrochoc. Oggi la “legge Basaglia” viene da più parti ritenuta inidonea a fronteggiare i malati mentali gravi, ma è tale solo perché non sono stati realizzati gli adeguati luoghi di cura e i programmi di interventi con il coinvolgimento delle famiglie. Ma questa è un’altra storia.(Da Il Corriere della Sera)Per tornare alla Merini, bisogna sottolineare che il suo psichiatra, al quale circa trent’anni fa lei ha indirizzato le lettere ora pubblicate, è lo stesso Gabrici che ha scritto la prefazione al libro. Ha 94 anni e ricorda il “caso”. Scrive: “Nel caso Merini, probabilmente, quei sintomi spaventavano le famiglie: forse, non sapendo come cavarsela, la portavano in istituto. Ricordo, però, che cercai sempre di non farle oltrepassare il mese di osservazione, in modo da rimandarla a casa senza rilasciare la diagnosi definitiva di malattia che avrebbe autorizzato, per legge, a trattenerla in ospedale”. Lo psichiatra la curava con Penthotal, che provocava l’addormentamento “e la successiva liberazione emotiva di contenuti dal profondo che erano utili a fare emergere sia cariche istintive represse sia immagini emotive del subcosciente, radice profonda di molti disturbi nel campo delle nevrosi”. Insomma, niente violenze (la Merini aveva subito elettrochoc) ma “narcoanalisi”. Gabrici l’ascoltava, facendo sentire alla Merini di essere “umana”, degna d’attenzione finalmente. Questo “amore” spingeva la poetessa a tornare alla creatività e, nel contempo, a salire in superficie, recuperando forme e spazi di libertà, dal groviglio mentale in cui era rimasta imbrigliata.

meriniAlda Merini aveva già raccontato tutta la sua storia in L’ altra verità. Diario di una diversa (Rizzoli, 2006). In questo libro la novità sono le lettere scritte all’epoca dei ricoveri al medico/amico, diventato confidente e persona da amare, ritrovate e accompagnate da un gruppo di poesie dello stesso periodo. Le lettere/confessioni, con l’ausilio delle poesie, tratteggiano il processo di “liberazione” dai fantasmi e dagli orrori della poetesa che lentamente ritrova la vena creativa e la guarigione o, meglio, la tranquillità emotiva. Scrivere poesia, per Alda Merini è diventato lo strumento per uscire dal buio, di riscoprire la luce, di acquistare la consapevolezza che il dolore è parte dell’uomo. La scrittrice, a un certo punto, fa sapere che “se il dolore è esaltazione, allora posso dire che tutto il genere umano è in questo stato e il mio dolore, il mio lutto per la morte della mia coscienza è il dolore di tutta la nostra povera comunità umana”. E ancora: “Non ho fiducia nei medicamenti, no, glielo dico con franchezza, perché in questi mesi non mi sono più rallegrata…”. La fede potrebbe essere molla di guarigione, ma “Io per avere questa fede dovrei sentirmi amata…”. Chi dovrebbe amarla? Il marito, lontano, insensibile, che lei ama profondamente “nonostante la sua ignoranza”. Ed è lei stessa a suggerire al medico il percorso possibile per arrivare alla guarigione: comprenderla e spingere perché lei possa recuperare l’amore del marito. “Solo mio marito, con un cenno, un assenso, un atto di comprensione potrà guarirmi ed è proprio in questa direzione che io vorrei dirigerla. Solo lui potrà, se vorrà, essere il mio medico, altrimenti la mia fine è già segnata. Se vuole aiutarmi è in questo senso che deve muovere la sua abilità”. E ancora, verso un’altra direzione, anch’essa fondamentale: “rendere interessante un ammalato ai suoi stessi occhi è una cosa davvero importante, è il cominciamento della sua guarigione e questo Freud l’aveva capito benissimo”. Le poesie che accompgnano le lettere – testimonianze del “calvario”, del desiderio di morire “in modo completo, piena di fede, di fervore, di bellezza… come se mi abbandonassi sull’erba in un fervoroso atto d’amore” – sono quasi tutte poesie d’amore o verso un uomo o verso la Vergine Maria o verso Cristo, o verso un amico. Propongo di leggere i due testi seguenti:

Ora che ti ho perduto

Ora che ti ho perduto veramente
con quali rime canterò all’ingrato
che mi ha mossa gemente alla follia.
Dove andrò a rilavare queste vesti
inondate d’amore, neanche un nume
pù mi vorrebbe tanto sono scesa
dal mio cumulo ardente di preghiere.
Nulla più che mi basti e piango e rido
come una folle sopra la mia stele.

Prima che si concluda

Prima che si concluda questo amore
lascia che io ringrazi il mio destino
per il bene assoluto che m’ha dato,
per la fame dei sensi, per l’arsura
che mi ha preso alla gola. Prima di andare
lascia che ti riporti sul cammino
dove giungesti o mio sanato amore
così divino e immobile e lontano
ch’io non oso toccarti. Addio, mai Nume
fu più profondo e grande , mai d’altezze
tali giunsi al confine. Addio mio inganno
Alda Merini

Da Lettere al dottor G. (Frassinelli, 2008)

Non sono queste due poesie che possono riassumere il senso di questa corrispondenza clinica/amorosa. (Con amore, nel momento in cui apprende che uscirà dall’istituto, scrive: “addio dottore, caro buon dottore che non ha mai capito nulla e che non crede nella cattiveria umana… addio, amico, confidente, benefattore, insigne animo forse frustrato come il mio”). Il “caso” Merini un giorno potrà essere studiato come esemplare per la fuoruscita dalla follia non violenta. E non si potrà non tener conto che è strettamente connesso con la creatività, con l’estro poetico. E, al contrario, chi studierà la letterarietà delle opere della Merini non potrà evitare di rapportarla alla sua alterazione psichica che un “buon dottore” ha saputo placare e indirizzare verso il recupero della capacità creativa della paziente.
merini
Alla fine, resta da dire che l’uscita dalla follia è dovuta all’amore, al desiderio e alla forza di amare della donna. Il medico, da parte sua, ha avuto l’intelligenza di ascoltare l’amore, senza caderci dentro (avrebbe commesso un errore e un danno). L’amore smuove il mondo, lo sappiamo. E l’amore può smuovere anche i grumi dell’esistenza e può illuminare perfino il buio della mente. Amore, amore, amore. Quasi sempre le poesie della Merini, dall’inizio alla fine, sono e saranno poesie d’amore. Con un verso naturalmente ritmico. Grazie alla sua e perizia nel fare poesia orale (al telefono o di persona, mentre chi ascolta scrive; mi è accaduto spesso di assistere a simili scene), che non cambia rispetto a quando scrive sulla carta. Quello che colpisce è la sua prolificità. Certo, ci sono anche poesie d’occasione non molto riuscite. Ma nel contesto della sua opera completa, sono irrilevanti. Un caso unico, credo.
Maria Allo

8 comments

  1. La Merini si è potuta mantenere in una situazione decente e scrivere le sue belle poesie proprio perchè è stata ricoverata in un manicomio efficiente ed umano come era il Paolo Pini. Fosse vissuta adesso sarebbe uno di quei barboni che parlano da soli alla stazione di Milano. L’elettroshock è la cura più usata nel mondo per quella perfida malattia cerebrale che è la schizofrenia. E l’amore – per la schizofrenia – non serve proprio a niente., così come non serve la psicoanalisi. Servono cure efficaci come per il diabete, l’artrite reumatoide ed ogni altra malattia endogena organica. La situazione dei malati di mente oggi, in Italia, è tra le peggiori al mondo, per colpa di quelle superstiziose e stupide teorie basagliane basate sulla sociologia e non sulla scienza. Forse non sapete che da quando c’è la 180, i morti per malattia mentale sono aumentati, in Italia, di 6 volte.

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  2. Non risulta che Merini fosse schizofrenica, ma semmai bipolare, infatti la sua malattia non era degenerativa: gli anni più sereni furono probabilmente quelli delle vecchiaia, se non i più sereni in assoluto, sicuramente più sereni di quelli manicomiali. Dici che è meglio vivere segregati in un manicomio che nella vita con altre persone, con i possibili alti e bassi? Non la penso come te. Le realtà di recupero non sono tutte buie come tu dici. Mi sembra assurdo leggere certe affermazioni contro Basaglia.

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    1. Ornella ,non lo penso affatto. Infatti è tratto da Il Corriere della Sera , come puoi vedere …

      “Poi, la “legge Basaglia” ha sancito la chiusura dei manicomi, perché in pratica erano semplici luoghi di contenzione, con violenze, stupri, vessazioni più dosi massicce di sedativi e di elettrochoc. Oggi la “legge Basaglia” viene da più parti ritenuta inidonea a fronteggiare i malati mentali gravi, ma è tale solo perché non sono stati realizzati gli adeguati luoghi di cura e i programmi di interventi con il coinvolgimento delle famiglie. Ma questa è un’altra storia”.Da il Corriere della Sera
      Grazie Ornella

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      1. Non ho capito. Quindi per te erano meglio i manicomi? Non ho capito quale sia la polemica. Dal Corriere leggo solo che i manicomi erano luoghi a volte irrispettosi verso le persone e che l’avanzamento realizzato grazie a Basaglia non è ottimo perché si potrebbero fare ulteriori miglioramenti coinvolgendo per esempio le famiglie

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      2. Non sono sbagliati in sè,occorre farli funzionare meglio,cara Ornella,tornare a investire risorse umane e materiali.Spesso sono i familiari stessi di coloro che vivono l’esperienza del disturbo mentale che si associano e pretendono cure e trattamenti appropriati per i loro cari. Guarire si può ,certamente, ma non può esistere rapporto terapeutico senza reciprocità e Basaglia ha lasciato in eredità alla psichiatria di oggi un modello da seguire.

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  3. cari lettori, io ci sono dentro fino al collo e credetemi che compatto da ben 7 lunghi anni e successo alla ragione della mia vita una figlia e nn è facile perche è un mondo tutto loro e nn è facile entrare perche’ sono dissociati a tutto, fanno il bel tempo e il cattivo tempo e vivono un vita non reale . Io sono una mamma molto infelice e ho questa spina confficata diritta nel cuore da sette anni, adesso mia figlia ha 24 anni e io penso che per lei dovrebbe essere tutta in salita ,ma possso anche dire che un Dio è presente in noi per il solo fatto che ci fa andare avanti e vorrei sentire la gioia che un giorno tutto diventerà normale per me e mia figlia .
    Con affetto una mamma….:-*

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  4. Dove esistono persone incapaci o rese incapaci…gli uomini diventano feroci : sempre.Questo è il problema dei manicomi, delle case di riposo e degli asili e spesso degli ospedali…

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