Il “vizio assurdo” di Cesare Pavese

paveseEra la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.Pavese si toglie la vita in una notte di fine agosto in una città in solitudine.
Uno scrittore che ha lasciato chiaramente un segno indelebile all’interno del contesto letterario del Novecento non solo dal punto di vista problematico ma anche per gli aspetti linguistici che ha innervato nei processi comunicativi della letteratura moderna.
Oggi riproporre Pavese non significa soltanto riproporre uno scrittore ma definire una letteratura che è quella non del “nostos” e tanto meno una letteratura dentro le griglie dello storicismo ma una scrittura e una poetica della quotidiana tragedia del vivere pur nella costante attesa di una pascaliana cristianità: un po’ alla De Unamuno, forse alla Kiekegaard e certamente sulla linea di Mircea Elide e di Maria Zambrano.
Il mito che dialoga con il sacro. Ulisse che annuncia il viaggio di Enea e che a sua volta traccia alcuni segni che impegneranno San Paolo. Ebbene, credo che Pavese, ormai, vada letto in modo comparato nell’affascinante viaggio tra letteratura, mistero, mito e sacro. Anche i suoi romanzi, come “Il carcere”, o i racconti, come “Paesi tuoi”, troverebbero una interpretazione che va oltre la storia per restare letteratura dentro la letteratura. 59 anni fa si toglieva la vita, nell’Albergo Roma di Torino, Cesare Pavese. Era la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.Pavese si toglie la vita in una notte di fine agosto in una città in solitudine, come molti quotidiani di quel tempo hanno cesellato.Esattamente cinquant’anni fa. In quella stanza, dopo, trovarono, scritte di pugno da Pavese, parole riprese da Majakovskij: “Non fate troppi pettegolezzi”. Pavese era diventato davvero un “fucile sparato”. Nei quarantadue anni che separano la cascina di Santo Stefano – la campagna piemontese, i sentieri tra le vigne, le colline, la gente aspra silenziosa e forte – e l’albergo Roma – Torino, la città dove le vie non finiscono mai, dove si poteva godere della “faccia sempre diversa della gente sui cantoni più familiari” – Cesare Pavese ha messo in gioco tutto se stesso con il vigore e la fermezza coi quali riconosceva, pochi giorni prima di morire, di avere “dato poesia agli uomini”; ha “fatto” cultura nel senso proprio, più creativo, del termine, imprimendole una serie di spinte e accelerazioni dagli effetti di lunga portata; è stato, insomma, un protagonista della vita intellettuale, al centro di una rete di relazioni e amicizie che compongono sotto gli occhi di chi le osserva la geografia di quel che di meglio è stato scritto e detto in Italia tra le due guerre e anche dopo: oltre ai già citati Monti e Mila, incontriamo Norberto Bobbio, Mario Sturani, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi, Giaime Pintor, Fernanda Pivano, Davide Lajolo (autore di una biografia pavesiana che si legge come un romanzo e si medita come un saggio), Vittorio Foà. Pavese, con gli occhiali allentati sul naso e il passo delle Langhe, ha camminato per vent’anni sulla strada maestra della letteratura, scambiando e divulgando esperienze narrative, proprie e altrui, di grandissimo spessore.pavese e...
Riguardo al fatto che Cesare Pavese pose volontariamente
fine alla propria esistenza si è scritto molto, affermando tra
l’altro, che Pavese ebbe frequenti e documentati pensieri
suicidi, spesso collegati con il tema amoroso, tema principale
nell’esistenza dello scrittore, che pone in relazione al
suicidio stesso la ‘smania dell’autodistruzione’: sostiene che
l’autodistruttore distrugge se stesso per scoprire, scrive, ogni
viltà insita nel proprio essere. Il suicidio diviene un gesto
eroico, un affermarsi dell’uomo di fronte al suo destino, come
Pavese scrive nel 1936 quando già sono presenti tematiche di
una morte liberatoria e ricercata, ma il cui rapporto con sé
non è ancora maturo.
C’è una manifestazione di insofferenza verso la vita che si
identifica in forma tragica; c’è la volontà fluttuante di
giungere alla conclusione, senza però mai chiudere il
cerchio. Afferma di fatti Pavese: “il mio principio è il
suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi
carezza la sensibilità”. Sente così presente l’idea del suicidio
che questa idea dominante diviene compagna dell’esistenza
quotidiana; il suicidio viene analizzato da Pavese che annota
nel Novembre del 1937: “Il maggior torto del suicida è non
d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo”. Quindi è presente in
Pavese l’idea di suicidio già alla fine degli anni Trenta e nel
1938, il 23 Marzo, nel suo diario: il mestiere di vivere
annota:”non manca mai a nessuno una buona ragione per
uccidersi”. Tra le parole di Cesare Pavese appare quindi
chiaro il messaggio di esortazione a porre fine
volontariamente alla vita umana, cogliendo l’opportunità di
una decisione finale sulla propria esistenza. Un gesto che
l’uomo compie perchè si sente piccolo di fronte alla vita e
vano di fronte al destino, avverte l’impossibilità di realizzare
i propri sogni. Pavese arriva ad un punto negli anni
successivi durante i quali giunge a giustificare il suicidio a
causa della incapacità di affrontare la vita sociale e politica;
l’ombra minacciosa della morte cioè il suicidio perseguita
per anni Pavese, sotto forma di depressione. Nel periodo in
cui Pavese scrive il suo diario, “Il mestiere di vivere”,
periodo tra il 1935 e il 1950, vediamo l’evolversi di riflessioni
personali e il raggiungimento di bilanci e conclusioni..
costance-dowling1Costance Dowling
Sul comodino accanto al letto un solo libro. Non l’ultimo. Ma il suo libro, ovvero “Dialoghi con Leucò”.Perché si può definire il “suo” libro. Perché dentro questi “Dialoghi” c’è una riscoperta e quindi una rilettura del rapporto tra l’uomo terra e l’uomo mistero, tra l’uomo – umanità e l’uomo – onirico. Quel suo “scendere nel gorgo muti” di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”è la cifra di una esistenza sia omerica che virgiliana che va oltre lo stesso mito perché si affaccia sui lidi della provvidenza e forse della profezia.
Da POETICA
“Il ragazzo s’è accorto che l’albero vive.
Se le tenere foglie si schiudono a forza
una luce, rompendo spietate, la dura corteccia
deve troppo soffrire. Pure vive in silenzio.
Tutto il mondo è coperto di piante che soffrono
nella luce, e non s’ode nemmeno un sospiro.”
Pavese, in ogni sua opera, denuncia un dissidio di fondo tra la sua autentica ispirazione lirico-elegiaca e l’intenzione di piegare questa sua vocazione ad esigenze ideologiche, che possono essere prima quelle del Realismo americano, e poi quelle del marxismo, inteso come momento di rottura dell’incomunicabilità e inserimento nella socialità.
L’antinomia di fondo è evidente tra il suo innato gusto decadente e le sue ferme intenzioni di instaurare o sperimentare una nuova letteratura di tipo realistico anglo-americana, da Defoe a Dickens, da Melville a Joyce, da Lewis a Dos Passos e alla Stein, di cui egli forniva interpretazioni esemplari ed emblematiche.
Infatti gli scrittori americani moderni (Dos Passos, Steinbeck, Faulkner) assimilati da lui tanto da dar luogo ad una originale forma di contaminatio tra le colline piemontesi e i paesaggi americani del Sud, tra le periferie subalpine e le megalopoli americane, diedero a Pavese uno stimolo e un mezzo di liberazione morale e ideologica, un’occasione di protesta e di ricerca in chiave realistica, durante un periodo della nostra cultura dominata dal disimpegno politico dei letterati e dall’Ermetismo; ma quella lezione neorealistica, era sin dall’inizio contaminata dalla cultura decadente europea e ricompariva sempre tra le righe e le buone intenzioni di rinnovamento. Perciò egli rimane sempre un lirico, poiché in lui l’elegia tragica tornerà sempre ad addensarsi come sentimento della malinconia del vivere, anche quando crederà di aver risolto tale elegia in un racconto oggettivo e realistico, come avviene per La bella Estate e La luna e i falò .
Indubbiamente Pavese avvertiva un grande disagio nella cultura italiana contemporanea; ma è molto probabile che egli trasferisse indiscriminatamente il disagio politico e la crisi della società e della coscienza moderna nel campo della poesia e dell’arte ermetica e rondista, e, quindi, vedesse in quell’arte l’aspetto essenziale di quella società in disgregazione morale. Ed egli lo dichiarava apertamente ne Il mestiere di poeta sì in un’epoca di arte pura, di prosa d’arte, di poesia rarefatta, proprio quando la prosa italiana era un colloquio estenuato con se stessa e la poesia un sofferto silenzio, egli assumeva atteggiamenti antiermetici e antirondisti, scoprendo nel linguaggio vivo e realistico della letteratura americana temi e forme realistici che avevano una nuova prospettiva storica di vera avanguardia. E ciò perché il suo punto di partenza era una poesia oggettiva, realistica, una poesia-racconto.
la stampaDa La Stampa INTERVISTA A LAWRENCE G. SMITH
Nell’archivio del Liceo Massimo d’Azeglio di Torino è rimasta
un’edizione di Foglie d’erba, la raccolta poetica di Walt Whitman,
annotata da Cesare Pavese, probabilmente quand’era ancora al
ginnasio. Fu il primo passo verso la letteratura americana, quella
scoperta che Lawrence G. Smith, autore di Cesare Pavese and
America: Life, Love and Literature (Massachussetts University
Press) definisce piuttosto un’invenzione. O una costruzione. Una
costruzione felice, nel segno della giovinezza e delle grandi
speranze, anche se il nostro scrittore in America non andò mai, e
non dedicò una riga a Roosevelt o al New Deal ma solo alla sua
«tradizione spirituale».

Nel momento in cui gli Stati Uniti rappresentavano la modernità,
detestata peraltro da fior di intellettuali europei, lui cercò
qualcosa come una «tradizione ancestrale», attraverso Whitman
e Melville, e poi scrittori come James Cain, Sherwood Anderson,
Ernest Hemingway, Edgar Lee Master. Va detto, a proposito
dell’autore di Spoon River, che Leslie Fielder, l’uomo che ha
portato l’italianistica moderna in America, sottolineava
maliziosamente «l’incauto entusiasmo» di Pavese. Poi l’addio, il
rifiuto del dopoguerra. Sempre il grande critico americano
vedeva l’autore dei Dialoghi con Leucò cercare altre «leggende
pubbliche per redimere la sua angoscia personale, soprattutto il
comunismo e il mito della resistenza, la favola che gli italiani
amano raccontarsi, secondo la quale si sarebbero liberati da
soli», come scrive – un po’ acidamente – in Vacanze romane.
Chiediamo a Lawrence Smith, che domenica a Santo Stefano
Belbo riceverà il premio Pavese, se sia d’accordo con questa
lettura degli Anni Cinquanta, ormai canonica.

Possiamo considerarlo uno stereotipo ormai superato?

«L’America di Pavese era il simbolo della gioventù e di un tempo
relativamente felice. Quando se ne allontanò, non dopo il ‘45, ma
già dal ‘34, non fu per passare a un nuovo mito politico, ma
perché sentiva che gli slanci giovanili erano finiti, e frustrati. Alla
fine della guerra gli amici come Leone Ginzburg non c’erano più,
tutto un mondo era finito. Anche l’America vista con gli occhi di
un ragazzo. Quella che compare in tre capitoli della Luna e i falò è
già molto scura, amara, disillusa. E del resto l’ultima immagine
che le possiamo associare è Constance Dowling, l’ultimo amore
infelice».
Sorge spontaneo il paragone con Mario Soldati, e la sua lettura
del Nuovo Mondo in America primo amore.
«Sono molto diversi. Soldati ci aveva vissuto, aveva visto. Lui no,
l’aveva trovata leggendo. Whitman o Melville erano anche modelli
umani. La sua è un’America esistenziale, non certo
politica».Quindi mitica?
«Tutte le Americhe in qualche modo sono mitiche. Però Pavese
non era un provinciale: aveva scoperto negli autori un linguaggio,
che definiva il “volgare americano”, più adatto ad approfondire
la realtà. Pensava, forse non a torto, che gli americani usavano il
linguaggio in un modo del tutto diverso. Lo ha scritto molto
chiaramente nel ’33, a proposito di Whitman: “Mentre un artista
europeo, un antico, sosterrà che il segreto dell’arte è di costruire
un mondo più o meno fantastico, di negare la realtà per
sostituirla con un’altra magari più significativa, un americano
delle generazioni recenti vi dirà che la sua aspirazione è tutta di
giungere alla natura vera delle cose, di vedere le cose con occhi
vergini, di arrivare a quell’ultimate grip of reality che solo è
degno di esser conosciuto».

L’America, invece, nonostante Fiedler, non ha mai «trovato»
Pavese?
«Purtroppo è più studiato che letto. È molto più apprezzato come
poeta. Il motivo è che le sue poesie sono state tradotte benissimo,
più volte, e hanno influenzato alcuni illustri poeti. Philip Levine
ha riconosciuto in lui un maestro; e parlando della raccolta The
Mercy (1999), dove una poesia è intitolata Cesare, lo ha definito
“la fonte a cui debbo molta parte di quest’opera, e di ciò che vale
del testo”. Charles Wright ha scritto un Omaggio a Cesare Pavese.
Denise Levertov ammirava soprattutto Lavorare stanca e il suo
Life in the Forest, del ‘78, ha un’intera sezione intitolata
“Omaggio a Pavese”».
I romanzi hanno inciso di meno?
«Anche perché le prime traduzioni erano pessime. I personaggi
parlavano come inglesi colti. Talino, Vinverra e Berto, in Paesi
tuoi si chiamano a vicenda “old chap”, vecchio mio».
Come funzionari dell’Impero britannico o borghesi americani
benpensanti?
«È abbastanza buffo. Sono poi uscite traduzioni molto migliori,
ma sempre non eccezionali. Devo però dire che Tra donne sole è un
piccolo culto tra le femministe. Per il resto, siamo un Paese che
traduce poco, come è noto. È difficile che un autore straniero
finisca nella lista dei bestseller. Ce l’ha fatta Umberto Eco, in
parte anche Calvino. Ora ci sta riuscendo Camilleri, anche perché
il traduttore ha trovato una buona chiave per rendere il suo misto
di italiano e siciliano, usando l’inglese letterario e quello
popolaresco del West End. Mi sa che i veri provinciali, almeno
sotto questo aspetto, siamo proprio noi».
M.Allo

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