C’è chi

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Risuonano cocci  di mattini infranti
dopo impreviste veglie.
C’è chi impara a morire
per un colore e un significato.
Abbiamo conti ancora aperti e spietate
parole da combattimento .
C’è chi impara a morire
per consacrare sogni alla quercia secolare.
Ma c’ è un paese disteso
in fondo al mare dove il sangue
in mille flutti difende il pane
a denti stretti e dall’alto
un pugno arcigno di silenzio
si schianta ai piedi dell’indifferenza.
Accovacciato il mare si regge
come foglia che il vento
deliberatamente scansa in silenzio.
C’è chi oppone la ragione
nel covo della volpe infreddolita
e traina giorni come i nostri.
A concludere la resa,
passi cadenzano ipocrisie
su viali di rasura e nel turbine
lento di ossa bisbiglia ogni vena
prima del commiato.
Il tempo può pretendere
nutrimento nel suo crescere?

© Maria Allo

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Territudine

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Ishtar

Scrivo su una ferita aperta che fustiga
follie insensate finché la compassione sopra le macerie un nuovo cammino
va maturando in volo.
Scrivo in mezzo ai rovi  nel ronzio incessante di un tosaerba e un cellulare
che rimbalza intorno.
Scrivo il pulsare delle tempie in rivolta
che mi sfiora affilato per custodire il vuoto.
Intanto ascolto chi non ha voce
dietro al mare.

© Maria Allo

Non so

“Conto di farla finita con le forme, i loro 

bisbigliamenti, i loro contenuti contenenti…”

Amelia Rosselli

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Non so se sia dono o condanna

vivere in sogno ciò che accadrà

non so se salvi o scavi abissi

il silenzio dei gesti

ben oltre i nessi o i suoni sconnessi.

Eppure il futuro, se solo questo esiste,

è già passato ma la memoria resta

e nulla accade.

Così il viaggio si fa più lento

come la decauville che aggira

la montagna e spesso ci si scorda

di morire.

Siamo soltanto vivi tra mille sospetti.

 

© Maria Allo

 

ciò che tace urla

“La poesia si addice agli emigranti, a quegli sventurati sull’orlo di un precipizio, sospesi con il loro misero fagotto tra le generazioni, tra i continenti”.

A. Zagajewski

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Vedi a riva le reliquie del cielo.

Ora piangono i gabbiani sul mare

mentre il grembo bianco della notte

accoglie i dispersi in mezzo ai vivi

e cupo sale il suono

della realtà sbattuta sugli scogli

dove si sfiancano le onde.

Ciò che rimane

è dispersa armonia di corpi

come acqua fra le dita

non c è passato o futuro

solo memoria  di carne ferita

dove ogni voce tace sopra ogni

cosa  e  sempre più forte

un urlo contratto

attraversa l’ Europa.

© Maria Allo

 

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Amo i colori.
Ogni nuovo mattino, se ci pensi,
ogni corpo da una stagione all’altra
è uno stormire di luci
come rami
che crescono dal silenzio
su alberi che si irradiano
in segreta intesa sulle ciglia.
Ma tu lo vedi
I colori non sono colori
E non sempre le luci tornano luce
mentre l’Etna spalanca
le sue molte bocche nel cielo
rosso della sera e il dolore esplode
mentre brucia il mondo mutilato.

© Maria Allo

E tu mi insegni

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mia foto (Pantalica 1995/ 96)

La natura cambia i suoi colori.

Così maggio all’alba sale dalle nebbie

in simbiosi con l’Etna e le parole.

Ora un freddo bagliore

soffia sul corso degli eventi

e tu mi insegni ancora ad ascoltare

i gridi di luce nella gola

Il fruscio dei rami al vento

Il carteggio assente del tuo nome.

Eppure sommessa nel cavo delle mani

la dignità di una parola nuova

vive in te che mi contiene

come in ciò che nasce e presto muore.

© Maria Allo

maggio in fuga

Con il viale alle spalle tendo orecchio

all’oscillare delle cose come tralci

incisi su passi di gramigna.

Ma all’’improvviso il sole se ne va e il cielo

cupo avanza verso il nulla

così ogni goccia si rapprende

tra radure di foglie e frantumi di zolle

in questa giornata di maggio in fuga

nella foschia indifferente

per il giorno che verrà senza una ferita.

© Maria Allo 

non si muore che soli

Chiudi gli occhi.

Le foglie degli alberi pulsano nude

non sei in lontananza ma nel vuoto

in cui vortica il moto di un grande fuoco

come curva piena e sulla nuca

il vento degli spazi

bisbiglia con voce sfiorita.

Rime in un deserto puntano il dito

all’indifferenza cadendoti sul cuore

mentre incautamente in fondo al buio

libere fioriscono le acacie.

© Maria Allo 

Tra le pietre di sempre

© Maria Allo 

La mia terra è una specie di mistero. In primavera, la nebbia fitta cala giù dall’Etna con un boato e avvolge ogni cosa. Sono le prime ore del mattino, la terra molle e umida, come cenere vulcanica, la vegetazione assordante con il concerto di tanti uccelli diversi suscitano una comunione nuova con la terra e il cielo in cui confluiscono il bisogno di libertà, la pienezza delle forze e il modo di affrontare la vita, con selvaggia tenacia. Sono a casa da quasi tre mesi e mi manca l’allegria dei ragazzi. Il senso di esilio opprime e soffoca come aspettarsi di morire in primavera. Oggi godiamo di infiniti mezzi per comunicare, eppure quando si rimane soli con se stessi, percepire l’universo con tanti piccoli dettagli richiama profondità sconcertanti. La malattia ha schiarito, come la luce di un’alba improvvisa, la mia esistenza proprio nel punto in cui stavo per essere ingoiata dalle caligini della notte. Da tempo per non soffrire avevo neutralizzato la discesa agli inferi, le torsioni e le contratture incandescenti come le mie vertebre. Esisteva solo il presente, un presente inalterato, scandito solo dalla scuola, le classi, il lavoro preparatorio delle verifiche, le riunioni spesso inutili, il nuovo esame di stato, l’epicentro di tutti i guai, tanta fatica e passione, certamente si spera nei risultati che arriveranno… Forse, ma spesso noi e i giovani siamo soli davanti alla vita. Sulla cima del vulcano tutto è nitido adesso, la luce è magica e la giornata infonde anche a me un po’ di allegria con il suo splendore e la sua aria balsamica. Sento rinascere in me sensazioni che credevo sopite e mi lascio trascinare dalla corrente dei ricordi, non so perché, dimenticando la corazza che inchioda la mia colonna.

© Maria Allo