nel suo stesso morire

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Il cielo si infuria in seno al giorno caduto dalle mani di Dio.

L’alba  distratta non colma la distanza

a palpebre chiuse scrive presagi roventi e prende nota

di ogni impronta, nell’altrui respiro.

Si vive come in guerra nei vortici del gelo

dietro questa nebbia, in schegge  controvento

ma antico come il cielo scorre nelle arterie

l’amore, nudo sulla terra e nel suo  stesso morire.

© Maria Allo

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tra noi e le cose

Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive.

Maria Zambrano

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D’un tratto le cose esplodono sonore.

Rilucono gli alberi dopo le raffiche di  pioggia

come  palpebre spalancate

percorrono il mare nei bagliori in lontananza

mentre I Cantos di Pound rintoccano

di bellezza  “Ciò che sai amare rimane/

il resto è scoria”.

Radure sdipanano memorie

radicate nelle arterie e nelle giunture

di chi cerca di capire Faulkner, Durrell,

Kafka, Conrad, Nabokov, Fitzgerald

con uno sguardo che non dorme mai.

Tra noi e le cose un dialogo sommesso

lascia dietro una traccia

come pietre roventi bisbigliano

nella terra e nell’aria

fluttuando  verso il durevole .

© Maria Allo

Vincenzo Calì, Mediterranima

poesiaaaaa

Vincenzo Calì,  Mediterranima, Edizioni Kimerik Luglio 2018

La Sicilia non è solo  culla della cultura europea ma anche territorio dell’anima . Nell’isola, oltre le testimonianze della cultura classica, è presente una  natura mediterranea ” la terra-come scriveva Wolfang Goethe- dei limoni in fiore”, un luogo magico dove natura e cultura si fondono misteriosamente.

Vincenzo Calì, classe 1973, di professione analista chimico,  ha preso parte  Il 21 luglio scorso ad un evento nella splendida cittadina barocca di Caltagirone, Angeli a Calatagèron, dove sono state esposte le opere d’arte del maestro Lorenzo Chinnici accompagnate dai versi di Calì . Ha pubblicato due raccolte poetiche: Vincikalos nel 2011 e Intro del 2013, aggiudicandosi il premio MT Bignelli per la Poesia d’Amore della XXI edizione del concorso “Garçia Lorca” 2010/2011.

Così   recita la prefazione della dottoressa Annalina Grasso  al libro Mediterranima :  “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede”. “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”, come sosteneva Leonardo da Vinci, nel suo Trattato della pittura, e mai queste parole risultano tanto opportune per il libro scritto dal poeta siciliano Vincenzo Calì dal suggestivo titolo “Mediterranima”, che richiama la sua terra, comune all’artista Lorenzo Chinnici (intervistato dal poeta stesso), il quale ritrae paesaggi assolati e fulgenti e figure di lavoratori che ricordano il suo passato. Si tratta di un libro che racconta in versi l’essenza delle opere del maestro Chinnici: la sicilianità, la fatica, l’inquietudine, la forza, l’amore, il ritrarsi in se stesso, la paura di mostrarsi. Le opere abbinate alle poesie sono raggruppate per tema e stile e precedute da brevi introduzioni a questo iter visivo ed intellettivo che ha il merito di far conoscere una Sicilia diversa e moti dell’animo, pensieri, sensazioni, che spesso ignoriamo. I versi essenziali e caricati di significato di Calì, le sue parole piene di senso, si amalgamano perfettamente con il proporzionato pittorico di Chinnici per merito dell’abilità del poeta di scrivere liriche adattandole alla cifra artistica e al pensiero di Chinnici, i quali, attraverso la sensibilità e l’acutezza dell’autore di Mediterranima, sembrano svelarsi chiaramente. Vincenzo Calì mostra come parte tutto dall’individuo, dai suoi pensieri, visioni, idee, convinzioni, e come questi facciano parte in un certo senso anche della natura, come l’interiorità influenzi la visione che abbiamo di tutti gli esseri viventi e come facciamo nostri i colori della natura in virtù del nostro innato desiderio di immenso.

Dott.ssa Annalina Grasso

Pubblichiamo due  dei  pezzi della raccolta

Scene di Campagna - country scenes Tempera su tela - tempera on canvas 80x100 copia

Scene di Campagna di Lorenzo Chinnici

Terra sorda

 

Scorrono i paesaggi

della mia infanzia mi commuovo,

impeto e rabbia smorzati alla vista,

le scene di fatica,

di umiltà tramandata,

terra semplice e buona,

terra sorda,

“terra ca nun senti”.

Vincenzo Calì

L'Agave - The Agave - Tempera su tela - Tempera on canvas -100x100 copia.JPG

L’Agave di Lorenzo Chinnici

U Zammaruni

 

“Zammaruni”,

alto alto lo spuntone,

sette gli anni affiora il giallo,

fasci verdi a foglie dette,

di carne, di fibra, di linfa molle e piena.

Al sud frequente,

il verbo dice “schetta” giusto un anno,

“maritata” al fiore esploso.

Tale incanto presto muore,

già si lagna dentro il cuore.

Vincenzo Calì

 

 

 

chiunque tu sia

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elena oganesyan

La riva del disamore cresce se non si costruisce
il coraggio che unisce le due rive.
Sul lungomare di Torre la luce
incrocia l’ombra tra ciottoli sconnessi
increspata fino al mare.
Chiunque tu sia non parlarmi con parole oscure.
Non c’è vita sulla terra
solo uniformità senza stagioni
mentre il treno corre sempre più veloce
e la notte attraversa il giorno come la luce
dall’alto in verticale.
In altro luogo il foglio si schiude
erompe la parola
chiunque tu sia in questo alfabeto
lascia una traccia nella quale riconoscersi.

© Maria Allo

Nel nome di Clizia (di Maria Allo)

Poetarum Silva

«Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa poi ebbe anche da noi, a un giuoco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera – oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione – spinta. […] Anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia. […] Il nuovo libro non era meno romanzesco del primo».

(E. Montale, Intervista immaginaria, in Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1976)

Mottetti costituisce la seconda sezione di Le Occasioni di Montale. Il titolo allude alla “poesia d’occasione”, nel senso che in questo periodo si infittiscono, nell’opera di Montale, i…

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 Elena Oganesyan

Essere qui con gli alberi al sorgere del sole.
Essere niente nella stessa luce
mentre l’orizzonte ferisce l’asfalto
e nulla di umano dipinge la sua vista.
Nell’ aria un sapore amaro
sommesso via via più forte
sussurra la ragione degli oppressi dei muti,
degli assenti di chi cerca di capire.
Ma sotto la corteccia là dove nasce
nel pulsare il respiro
nello stesso istante muore.
Così la luce incrocia l’ombra su questo mattino .

© Maria Allo

Intervista senza domande a Maria Allo (di Flavio Almerighi) su Neobar

Intervista senza domande a Maria Allo di Flavio Almerighi

Maria Allo: “La terra che rimane” ed. Controluna 2018
*
Premetto, prendo licenza una volta tanto di frappormi tra autrice e lettore, la lettura de “La terra che rimane” di Maria Allo ha rappresentato per me un’occasione di crescita personale. Parafrasando i primi versi di una bellissima poesia di Margherita Guidacci, rivolta al suo ipotetico lettore, Maria Allo mette la sua anima fra le mani di chi la legge, le curva a nido, e la sua poesia riposa in chi l’ha letta. Quasi un miracolo tra tanti, troppi, libri di inutile e sedicente poesia. “La terra che rimane” invece è da leggere e possedere.
Il libro parte quasi in sordina, con margini di poesia a margine, odori e segni dolenti, vissuti in ogni singolo attimo, lieve o greve che sia. Poi sempre meno timidamente si avvicina, e il lettore scopre che quegli attimi, quei versi non fanno parte del canzoniere di chi si alza ogni mattina col piede sbagliato. Appartengono alla terra, alla persona, che ne trattiene l’odore e i segni. “La nascita può spegnere la sete” ci dice l’Autrice a un certo punto, e quasi non ci si accorge di quanto già sia dentro in chi lo legge.
D’altra parte, se tutta la vita è cercare, in ogni modo e maniera, di lasciare tracce del proprio passaggio, la nascita ne rappresenta il primo atto. Un atto di nascita è anche quello di una poesia letteralmente strappata al proprio corpo, forma e mente di linguaggio unico e proprio per ogni autore che si rispetti.
Sarà chiaro ormai che ho amato questo libro in primis per la cura che l’autrice si prende del lettore. Ogni nascita, tuttavia, è temporanea, almeno fino a quando non risponderà alla chiamata “di un’ombra”. Tutto quanto sta in mezzo ai due eventi è un “frattempo”, dove la nascita è dapprima crescita, felicità, ricerca, poi malattia e corruzione, quindi delusione da vivere ogni giorno.
Ogni pezzo della raccolta che, nella sua straordinaria compattezza può essere considerato vero e proprio poemetto, tocca ognuno dei cinque sensi.
Sensi inferociti e assetati dallo stato di frustrazione e sofferenza. Qui Maria poteva benissimo imbroccare, fallendo, la via del cahier de doléances, e si sarebbe perduta nel descrivere situazioni di un io scosso, isolandosi e staccando la spina al lettore in una sorta di cordoglio autoreferenziale e utile soltanto a lei. I brani invece si dipanano nitidi, condivisi, pronti a più letture. Il libro stesso è impaginato senza divisione in sezioni: quando un autore non riesce a seguire un filo di compattezza che percorra tutta l’opera, spesso ricorre allo stratagemma delle sezioni, ma non è questo il caso. Seguono il proprio percorso, tirano dritto tra dentro e fuori. Il Fuori è coerenza, dignità, un forte amore per il proprio lavoro di insegnante (spesso tra i versi i riferimenti al lavoro sono molto marcati) nel “coraggio obliquo di chi non cede”. Il dentro è un altro luogo, la sorgente, l’unico ambiente in cui il dolore viene fuori e un cedimento è qualcosa di cui non vergognarsi.
Sarà che la terra, metafora insistita della condizione umana e paradigma di questa Poesia, ci alimenta e ci sostiene, madre/sorella, e nel contempo è lo scrigno a strati di epoche e memoria: il corpo stesso è terra, e lotta ogni giorno per prorogare il proprio distacco. È qui il vero nocciolo, fin dal titolo, di questo bellissimo libro, la terra è il libro di cui ognuno è parte. “L’alfabeto e i nomi di tutto l’universo incide.” E, ribadisco, è qui, la sua reale riuscita, il motivo per cui vale la pena leggerlo. Il privato diventa memoria da condividere pubblicamente. “Dobbiamo avere memoria sulle pelle/per rompere la terra che rimane”: e la terra che siamo è tempo, il tempo è convenzione umana che spinge a non nasconderci.
È così che “La Terra che rimane” poemetto a fogli sparsi non a caso, iniziato tra sensi feroci e autobiografici del proprio disorientamento di fronte a una malasorte, diventa lascito ma soprattutto incontro, le parole respiro, “per l’universo intero, tutto e tutti”: e senza paura di ripetermi, qui sta tutta la differenza tra le troppe raccolte di poesia e un’opera d’arte.
Scrisse William Carlos Williams “… niente di utile si trova nella poesia, ma l’umanità sta morendo miseramente ogni giorno per mancanza di ciò che si trova nella poesia…”. Flavio Almerighi*

INTERVISTA SENZA DOMANDE a Maria Allo

Ti parlo da tempi sconosciuti.

L’espressione poetica è la presa di coscienza che una parte di noi è intimamente legata con l’esistenza terrestre e può rivelarsi esperienza assoluta di una vita senza tempo. La scoperta della parola è frutto di uno scavo nell’abisso dell’io, l’occasione per riflettere sul senso della vita, lo strumento per portare alla luce la lacerazione profonda che ostacola il pieno godimento della vita . Dare voce al legame tra l’esperienza del dolore nella vita umana e il ruolo della poesia diviene uno strumento conoscitivo di sé e del mondo che indaga in un rapporto di continuità e di svelamento le ragioni profonde dell’agire umano.

ma l’aria a forma di me diviene attesa (pag. 11)

E’ lo stato di veglia, la terra di mezzo, quello spazio di tempo che è attesa viscerale, totalizzante ma anche movimento di voci, profumi che si depongono nel silenzio attingendo nell’interiorità per farne affiorare immagini come corpi perduti e per un istante ritrovati. E’ ascolto profondo in attesa di un ricongiungimento, un nuovo sguardo su se stessi e il mondo, presagio di compiutezza, ma nel contempo un ritrarsi per rivelarsi, anche se l’attesa non sempre è salvifica.

visto che niente dura senza amore (pag. 23)

Niente dura in eterno e tutto si perde inutilmente a poco a poco senza amore. L’amore è l’essenza che completa. Eros è quella legge universale che rapisce quando si vive “l’estasi del filtro magico” che l’amore rende attivo, ma la consapevolezza del suo limite può deludere e farci precipitare nella solitudine. Tuttavia non esiste la norma. L’amore è stregone, conosce i segreti, è rabdomante e conosce le sorgenti, dice la Yourcenar Ma amare è anche un’occasione per il singolo, di maturare, di diventare in sé qualche cosa per sé in grazia di un altro. Anche se c’è qualcosa che è forse meglio dell’amore: la complicità che dà sostegno e non fa correre il rischio di soffrire.

aguzzino di te stesso e non poeta (pag. 35)

Il messaggio della poesia giunge dalle fonti primarie dell’anima umana e la luce straniata della parola autentica nelle più riposte profondità del suo essere e nella profondità abissale della vita e della morte, è destinata a dissolversi nel caos dell’insignificanza. L’essenza della psiche come dice Hilmann non è inconscia perché ci parla continuamente. Tradurre in mito e poesia ogni momento della nostra vita, ogni sogno ogni esperienza, abbandonarsi alla base poetica della mente significa approdare al punto da cui osservare la nostra anima. Proprio per questo la poesia non è mai indulgenza ma distanza perché toccare abissi a dismisura rende umani.

“Mi percorre il mare”. (pag. 37)

Tutto comincia con il mare

attraversa tutti noi

epopea ancestrale di ogni dire”.

Il mare è simbolo del mistero che ritma il divenire, mette in evidenza l’ansia del mutamento che tutto contamina e mette in sordina le inquietudini della contemporaneità. Il mare rivela anche tenacia e resistenza, bisogno di verità e fiducia nel valore dell’utopia e dell’impegno.

Raccogliere i cocci del piatto lanciato contro il vetri (pag. 40)

Realtà e scrittura spesso danno l’avvio a un misterioso ritmo interno e per quanto filtrata da una formalizzazione letteraria, il senso della disarmonia con la realtà alterna momenti di caduta e momenti di ripresa. In questo verso non c’è riferimento concreto all’esperienza biografica ma domina la volontà di parlare di ciò che è individuale attraverso l’aspirazione costante al suo valore universale, innalzando la materia per mezzo della sua simbolizzazione.

Poi di colpo ci parleremo (pag. 41)

Si esprime la fiducia nel valore superiore della poesia, in grado non solo di conoscere il mondo, ma anche di affermare i valori . Per ciascuno individuo il passare degli anni comporta una maturazione e un bisogno di misurarsi con il futuro che si apre davanti ai nostri passi, ma anche di fare i conti con il passato che si dilegua.

Voglio sperare ancora per questi ragazzi (pag. 42)

I ragazzi appaiono sempre più demotivati e distratti da altri modelli culturali e dai social network ma Il senso della scuola è nel ruolo insostituibile dell’insegnante, che solo può stimolare il desiderio di sapere. Dare spazio alla curiosità e all’inventiva, alla capacità di pensare e ricreare può fare la differenza, ripensare con tutta la forza dell’anima il senso dell’insegnamento e la possibilità che un libro educhi alla vita. I giovani meritano di più.

Si muore restando in piedi con il coraggio di un acrobata cretese (pag. 50)

I dati concreti assumono spesso un valore polisemico. L’espressione suona come la confessione di una perdita di fiducia nei confronti dell’intera umanità ma esprime il senso di delusione e di sconforto riferiti al carico di negatività e di violenza insito nella realtà e all’instabilità e l’assenza di certezze che caratterizzano la condizione umana . Tuttavia occorre imparare a sostenere con il necessario coraggio il dovere di affrontare la vita e poter dire con Marguerite Yourcenar. Non cadrò.

per vangare la terra che rimane (pag. 53)

In una visione della realtà priva di consolazioni metafisiche e di spiragli di luce, in un mondo piegato alle leggi dell’economia e a un falso perbenismo, la poesia non può più chiudersi in una torre d’avorio ma riallacciare il legame con la vita per trovare un’armonia altrimenti irraggiungibile.

Tu ascolti solo partiture

 

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Tu ascolti solo partiture.
La nudità delle foglie e il pudore del verde,
vibrazioni di arterie che precedono il silenzio,
amaro scampanio di vertebre
nell’incavo di pause e nel mio tempo.
Niente ti trattiene.
Mi percorri con le ansie del domani
mentre un pendio di tigli germoglia e poi scompare,
carnale e mistico il vento intesse parole
incise nel vuoto, possibile fine o improvviso senso.
Ti ostini a pulsare nel mio ventre,
via obbligata del fondale fino a sfiorare
la sponda risanata, lo sguardo umano
la mia carne.

© Maria Allo

Trad. in spagnolo a cura di  Vicente Vives

Solo escuchas puntajes.
La desnudez de las hojas y la modestia del verde,
vibraciones de las arterias que preceden al silencio,
amargas explosiones de vértebras
en el receso de las pausas y en mi tiempo.
Nada te detiene.
Caminas con las ansiedades del mañana
mientras que una pendiente de tilos brota y luego desaparece,
carnal y místico el viento teje palabras
grabado en el vacío, posible final o sentido repentino.
Usted insiste en pulsar en mi vientre,
forma obligatoria de abajo a tocar
la orilla recuperada, la mirada humana
mi carne

 

il vuoto sale

Il nostro presente è così ristretto che è bene aggiungervi il passato, in mancanza dell’avvenire…
Marguerite Yourcenar

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Catrin Welz Stein

Dissolve le sue forme il sole.

A bassa voce cola dagli occhi

legame denso all’ombra delle ciglia.

Tra odori e radici il passato

è  un risveglio sui cardi, un’ erba medica

dopo una colata lavica.

Alla luce tagliente del presente tra i rami

il vuoto sale dalla tua voce di ginestre

mentre guardi l’abisso che avanza.

© Maria Allo

le parole e le domande

La parola è un gran dominatore che, con piccolissimo corpo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia, ad aumentar la pietà.
da “Encomio di Elena” di Gorgia Da Lentini

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Antonio Mora

Cosa rimane di noi.

Forse basta un dialogo su tumide vene

 risonanti nel buio mentre l’estate

si allontana nel fragore

che sale dal mare fino a  questo scoglio 

intanto vedere le cose disfarsi…

Forse basta osservare la miseria del mondo

e il modo in cui la pioggia

smorza  il tuono  nei bagliori spenti

per esplodere nel vuoto?

Il mare infuriato guizza stamane,

imminente il temporale   

caccia un urlo nel moto oscuro del mattino.

Che cosa c’è da spiegare

Forse un giorno torneremo a essere .

Il principio e la fine.

 Cos’ altro fare?

La sola luce che abbiamo nell’assenza muta

le parole e le domande come l’origine e la meta.

© Maria Allo