DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

LIMINA MUNDI

La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

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Non stupisce, perciò, che Campana insegua una concezione alta e sublime della poesia come momento assoluto di verità: è questo il senso dell’aggettivo orfico che ricorre nel titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita dal poeta ( Canti orfici, 1914). I poemetti in prosa presenti nei Canti Orfici, come Sogno di prigione, si pongono come ” illuminazioni” frammentarie di carattere onirico e visionario, in cui immagini slegate fra loro sono unificate da richiami fonici, ripetizioni e formule iterative che intessono tutto il componimento di una fitta trama di richiami…

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La solitudine della poesia si fonde con la linfa di alberi sfiorati dalla sofferenza del mondo

Questo cielo così freddo fra noi e l’inverno
Ho voglia solo di ordinare la casa i cassetti
lavare i vetri e i pavimenti
per ingannare certi silenzi che mettono radici
dentro la mia gola
toccare oggetti quotidiani
raccogliere i cocci del piatto lanciato contro i vetri.
Come un riparo la cura delle cose …
Ma ecco ecco la neve splendere nel sole
sulla ringhiera verde del cortile siderale
come occhi e solchi invisibili
nel turbine che ci asseconda
resta informe un sogno
mentre i rami sottili sfollano nel vento.
Come un rimedio la cura delle cose
in un prossimo fiorire per ricomporre le parole
a custodia di chi nasce e muore
e poi più nulla

Sommersi e salvati
Ogni tanto devi stare in mezzo a loro
percorrere strade malfamate
rovistare tra i rifiuti mentre cresce la fame
divenire corteccia gelata nel vento senza riparo
fame che cresce sui marciapiedi
sfidare i colpi della pioggia inciampare
sul ventre bianco del vento con l’ombra di sempre
e i giorni incisi sulle rive di sogni spietati.
Sappi che occorrono migliaia di mani
e un fuoco incessante nello sguardo
per ritrovare il senso di ogni andare

Sulle nostre bocche

Sulle nostre bocche fiorisce il deserto.
Ma c’è un confine in tutto
e il dentro compiuto
senza didascalie o schieramenti di cui porta il nome
non coniuga idee solo frammenti a mille.
A volte un pampino ci può sfiorare
nel mezzo della notte
disseminare sulla battigia sassi levigati
inseguire fantasmi di nereidi
ma non sapremo mai quanto durerà.
Sulle nostre bocche fiorisce l’attesa.
Recide l’aria densa di aromi
inchiodati alle narici su improvvisi fili di pioggia
seme come prova di memoria salvifica
ma c’è lo sgomento di essere vivi.
Sulle nostre bocche fiorisce la polvere.
A volte puntella l’ombra
e quando ormai non resterà più nulla
si sciuperà la vita stessa su tutta la terra.
E così che agisce la luce
eppure in un punto convergente
nulla accadrà mai invano

In un angolo quieto c’è ancora spazio
Mentre affiora luce nel silenzio
per il nostro domani
scrivo versi di cenere senza incipit o chiuse
con il sapore amaro di cardi
un addio su cigli di tombini.
Echi all’orizzonte svenano nel mare
bisbiglia nella memoria un bianco vasto
lambito da un’idea imperiosa
scheggia erosa dal vulcano
nel fondo della valle
cosi il sangue delle cose diviene un grumo
accanto a coèfore mute.
Ecco. Alfabeti esiliati inchiodano
invocazioni di sepolti e lamenti di morte
ora la terra è un grumo che recide i roveti grandi
mentre un biancospino nella molteplicità
delle ferite di questo strano inverno
coglie suoni di tuberose
Excedere

“Varcare la morte per vivere”
Yves Bonnefoy

Ciò che spaventa non è più la morte ma la vita.
si perdono le voci in questo rumore di pioggia
vagano oltre la soglia bianca
prima di esplodere nel silenzio
e restano le ombre di questa terra straniera.
Vedi come tutto inizia e si frantuma
nel sole che ci sfiora a tratti mentre piove
e noi sul selciato di una terra che diviene notte
dietro le sofferenze del giorno
che miete come falci.
Ma in ogni goccia di pioggia memoria di suoni
che in un solo gesto crepitano
come nel fuoco le parole
così la nostra vita all’alba mentre è ancora notte

6. Gli alberi

Gli alberi insegnano ai rami come stormire
di foglia in foglia
senza smettere mai di bisbigliare
agli occhi degli uomini
quel fluire segreto che ascende dalla terra.
Come fiumi scorrono dentro il calore del nostro fiato
Che a tratti brilla si allunga e si rivela
cosí fu e sempre sarà
ma trasparenza è ciò che rimane
dentro la goccia di un orizzonte intero.
Sfioriamo ciò che ci dissolve
quando dolore e sofferenza ci piegano
senza la risposta che prima ci ha stordito

n.1 ἀπορία
Inchiodato al cielo lo scirocco geme, vortica alla marina , invade i cortili, recide l’aria , corre nei vicoli socchiuso tra le auto ferme e non c’è fragore di vetri infranti nel silenzio del pomeriggio invernale colmo di respiro là dove nasce e si spegne .Ma il vento nel silenzio penetra gli alberi, ondula sulle abrasioni dei muri ,tra gli intonaci rossi delle case mentre il fragore del treno stride verso il nulla anche se la terra a poco a poco fa vibrare i teneri trifogli. E intanto la pioggia infuria e assale un coro di voci antiche tra gli sterpi nella dura luce del restare acuminato e del nostro umano passare nel ritmo della risacca. Ora le sillabe crollano sull’acqua dei tombini crepitando sopra le verdi cime i cardi, i nidi e i rami spogli. Eppure sui monti di roccia dura fiorisce il mondo.

n.2 ἀπορία

Se per tutto c’è termine e il fiume scava le nostre vie di ombre tronche perché sostare senza perdono? Fingersi veri senza simmetria mentre cresce nella ferita questa lama disumana che soffocando inganna , tiene svegli , mentre fredda alita la sera tra le vigne , le pietre e i ruderi di fronte …Ma in un punto invisibile la luce della luna si spande , trova luogo dentro i contorni delle cose , sulla soglia che lambisce un’altra forma umana fino al mare come una forza che mentre nasce muore.
Questo autunno indifeso tra i contrasti dei colori di Mondrian
Muore prima dell’alba con il ritmo di brume invernali
Mentre si fa nero il cielo e più lontano cadono le foglie.
Ma non è questo il punto
Si muore restando in piedi con il coraggio di un acrobata cretese
Anche se in agguato il reale assedia il nostro andare
n.3 ἀπορία
Non ha tregua l’umanità e tra nubi sparse la natura spande i resti del suo silenzio .Non resta che cenere nella memoria o questo nonsenso che è la vita . Qui non c’è campo o sono io a non avere campo. Nessuna poesia servirà. Niente da capire. Forse sprofondare non serve e tutto sarà uguale come prima. Ma il momento in cui nasce l’idea ,il raptus dell’incontro con l’idea , è vedere un pugno di terra e un biancospino , tenero , testardo mentre il cucùlo chiama solo nella notte, chiama una compagna forse smarrita sull’altra riva e i cipressi in sordina modulano controcanti . L’Etna intanto continua a digrignare e le bacche a suggerire tutti i nomi cancellati , recisi con molta discrezione. S’intende .
Scomposte le vene dalla marea di tarli
La gola secca strozza roca la voce
Un sasso nello stagno del petto
Le mani annaspano sudate

ciò che ci dissolve

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Gli alberi insegnano ai rami come stormire
di foglia in foglia
senza smettere mai di bisbigliare
agli occhi degli uomini
quel fluire segreto che ascende dalla terra.
Come fiumi scorrono dentro il calore del nostro fiato
che a tratti brilla si allunga e si rivela
cosí fu e sempre sarà
ma trasparenza è ciò che rimane
dentro la goccia di un orizzonte intero.
Sfioriamo ciò che ci dissolve
quando dolore e sofferenza ci piegano
senza la risposta che prima ci ha stordito

© Maria Allo

 

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen

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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida Kahlo: “Dipingo autoritratti perché sono così spesso da sola, perché io sono la persona che conosco meglio”. Attenta e sensibile, Daria crea paesaggi da sogno surreale, annegati in atmosfera gelida, carica di dolore e mistero. I suoi lavori sono stati presentati in numerose pubblicazioni sia in Europa che all’estero.

***

immagine

E così si ritrovò nella foresta.

Subiva cambi di gravità

Con movimenti flessuosi alzava le foglie, le scuoteva.
Loro volteggiavano, fluttuavano nel vento
Nella danza rabbiosa tutto le tornava incontro.

Poi il vortice svanì, e con lei i volteggi.

Come pulviscoli le foglie le si posavano sui rami, e nascevano. Rinascevano mille volte come polvere dorata, bucavano i germogli per creare nuove parti di lei. Verdi estensioni del…

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NINO MARTOGLIO POETA (di Maria Allo)

da presso e nei dintorni

Ecco la copia manoscritta originale della poesia dedicata dal Martoglio alla nonna fatta pervenire da una lettrice. La poesia riporta il titolo originale: “‘Nnamurata” ed è datata 1/9/’902

L’amuri

Mamma, chi veni a diri ‘nnamuratu?

– …Vóldíri… un omu ca si fa l’amuri.

– E amuri chi vóldiri? – …E’ un gran piccatu;

è ‘na bugía dí l’omu tradituri!

– Mamma…, ‘un è tantu giustu ’ssu dittatu…

ca tradímenti non nn’ha fattu, Turi!

– Turiddu?… E chi ti dissi, ’ssu sfurcatu?

– Mi díssi… ca prí mía muria d’amuri!

– Ah, ’stu birbanti!… E tu, chí ci dicisti?…

– Nenti! … Lu taliai ccu l’occhi storti…

– E poi?… – Mi nni trasii tutta affruntata!…

– Povira figghia mia! … Bonu facisti! …

E… lu cori? – Mi batti forti fortíi…

– Chissu è l’amuri, figghia scialarata!

(Da il portale del sud a cura di M.Allo)

Nato a Belpasso (Catania)…

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Tre Aporie

LIMINA MUNDI

n.1 ἀπορία

Inchiodato al cielo lo scirocco geme, vortica alla marina , invade i cortili, recide l’aria, corre nei vicoli socchiuso tra le auto ferme e non c’è fragore di vetri infranti nel silenzio del pomeriggio invernale colmo di respiro là dove nasce e si spegne .Ma il vento nel silenzio penetra gli alberi, ondula sulle abrasioni dei muri ,tra gli intonaci rossi delle case mentre il fragore del treno stride verso il nulla anche se la terra a poco a poco fa vibrare i teneri trifogli. E intanto la pioggia infuria e assale un coro di voci antiche tra gli sterpi nella dura luce del restare acuminato e del nostro umano passare nel ritmo della risacca. Ora le sillabe crollano sull’acqua dei tombini crepitando sopra le verdi cime i cardi, i nidi e i rami spogli. Eppure sui monti di roccia dura fiorisce il mondo.

n.2 ἀπορία

Se per…

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Questo cielo così freddo fra noi e l’inverno

 

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Nadia Maria

Questo cielo così freddo fra noi e l’inverno.

Ho voglia solo di ordinare la casa i cassetti
lavare i vetri e i pavimenti
per ingannare certi silenzi che mettono radici
dentro la mia gola
toccare oggetti quotidiani
raccogliere i cocci del piatto lanciato contro i vetri.

Come un riparo la cura delle cose …
Ma ecco ecco la neve splendere nel sole
sulla ringhiera verde del cortile siderale
come occhi e solchi invisibili
nel turbine che ci asseconda
resta informe un sogno
mentre i rami sottili sfollano nel vento.

Come un rimedio la cura delle cose
in un prossimo fiorire per ricomporre le parole
a custodia di chi nasce e muore
e poi più nulla

© Maria Allo

La tua voce

natalia drepina

photo di Natalia Drepina

La tua voce è anche sangue  scorre  dalle tempie
Che pulsano nel vento come rughe di uragani
Mai cancellate  nel bivio di una dimenticanza
Dietro l’umano che si rivela su abitudini di morte
Alle prove disumane della vita.
La tua voce ha inizio dal moto di un punto
Che vive attraversandoci  e  in un  un sol gesto
Genera luce come canto  da  schiudere
Passo per passo  alla fiducia della parola.
La tua voce testimone fra le ossa e il silenzio
Tutto custodisce anche se  in balìa dei venti
Il cielo che si dipana sul fondo del mare
venduto e violato mostra la sua carne nuda
inchiodando fino al sangue questa terra di perdizioni
che  lambisce i nostri passi  e  pulsa come luce
Che in fondo a una serratura a noi ritorna

© Maria Allo

Al dio dei ritorni

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Quando tornerai con la tua lira
A tessere arabeschi
Muterai le carni di tutti i destini
Non informe intreccio di sviliti mondi
Non rullo di tamburi
Ma ciò che sgorga dal silenzio
Specchio di ogni verità
Quando verrai
O dio dei ritorni
Mi coprirò di rugiada
E forse morirò
Per ogni possibile resurrezione

© Maria Allo