La ricerca esistenziale di Sylvia Plath

I “diari” di Sylvia  Plath
“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al  riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere.” Da ” Percorsi” blog  di  M.Allo
Testamento spirituale in versi

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
Con striature di tigre e una faccia dipinta
Tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
A scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna –
Ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
Nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso
Fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
Da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
Mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
Mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
Sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
Ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il viso di Ishtar.
Plath, Sylvia
Antologia: “Lady Lazarus e altre poesie”
Mondadori, 1998.

Un piacere coltivato, impiantato nella scrittura e nato da un bisogno pressoché permanente di sanare un dolore originario, spaventoso e viscerale.
Il giornale di bordo di una scrittrice dalla sensibilità acuta, lacerata e drammatica: una scrittrice che per i suoi versi e per il suo tragico destino è diventata, anche a sproposito, oggetto di “culto”.
Piccole violente scosse: diversa intensità, alta frequenza. Sfogliare in lettura le pagine dei Diari di Sylvia Plath è come maneggiare fili elettrici scoperti. Quella che passa è energia pura: creativa e distruttiva, vivificante e mortifera. Energia propria dell’essere umano, ma che nel caso della Plath raggiunge stature e potenze impressionanti. Tutte le fibre emotive che fanno da trama agli stati d’animo più banali e più estremi, dall’amore, all’odio, dalla tristezza senza fondo alla felicità indicibile, sono prese, strizzate, scomposte, sfilacciate, ricomposte e poi di nuovo disfatte fino allo stremo. Tutte le corde nervose, in particolare quelle più intime e fragili, vengono pizzicate insistentemente e lasciate risuonare ed echeggiare a lungo.
Solo una sensibilità acuta, forse troppo acuta, come quella di Sylvia Plath poteva toccare al contempo vertici e abissi di estremo sentimento umano e rimanerne per la vita e per la morte incantata; solo un’intelligenza critica, consapevole eppur mai paga di sé come la sua, poteva appassionarsi a sciogliere nodi nevralgici tra i più difficili e delicati che i fili della mente umana possano formare.

Ha poca, pochissima, importanza conoscere l’opera poetica di questa autrice o avere familiarità con la sua figura letteraria carismatica; può servire ad avere un ritratto completo per scrivere di lei su un manuale o una storia della letteratura americana (la Plath nacque il 27 ottobre 1932 a Jamaica Plain, nel Massachusetts e morì suicida a Londra l’11 febbraio del 1963) ma non è sicuramente indispensabile a scoprire e apprezzare il suo talento intellettuale, la sofferta genialità, la ricerca esistenziale affannata: basta leggere questi Diari.

Certo: le poesie, a diritto, sono considerate la sua opera più importante. La Plath è una poetessa. Ma è nelle pagine diaristiche, scritte tra il 1950 e il 1962, che la poetessa dà completa testimonianza di sé: della sua esistenza, del suo lavoro, della sua vita interiore – carica di accumuli e lacerazioni – e dunque anche della sua poesia.

“Che cos’è la vita?” – scrive – “Per me è una quantità minima di idee. Le idee mi tiranneggiano – le idee del mio superego geloso da stronza-regina – quel che dovrei, quel che mi toccherebbe”. Come chiarisce Ted Hughes (l’ex marito) nella prefazione, purtroppo, molte parti sono state tagliate; lui stesso ammette di aver distrutto la terza parte del diario della moglie, perché non voleva che i figli lo leggessero. Mentre il secondo taccuino sembra sia andato perduto. Al lettore giunge così solo una parte (peraltro consistente) dell’autobiografia originale, ma considerato che non è qui la quantità a significare valore ciò non può essere assolutamente motivo di discredito o sottovalutazione.

Nel diario che la stessa Plath definisce “litania di sogni, di indicazioni e imperativi”, in questo “deposito dell’immaginazione da cui estrarre il pressante materiale inconscio” ci sono in embrione, non solo le sue opere (poesie e romanzi), ma anche la sua storia, i fatti, le scelte mancate e compiute: la possibilità, lampante e tragica, evocata e poi realizzata di togliersi la vita. Ci sono le descrizioni di cose che la fanno inorridire: cause ed effetti. “Un’altra cosa che mi fa inorridire” – scrive – “è il modo in cui dimentico: un tempo sapevo tutto di Platone, di James Joyce, eccetera. Se non si usa quel che si sa, se non lo si riprende per mantenerlo, lo si lascia affondare nel mar dei Sargassi e s’incrosta di conchiglie. Un lavoro che m’immergesse nella vita altrui sarebbe utile. Giornalista, sociologa, qualsiasi cosa”.

La Plath cerca ancore concrete che la trattengano dal naufragio, ma con la stessa lucidità con cui le vorrebbe sa che non le appartengono. “L’astratto uccide, il concreto protegge. […] Quanto aiuta spolverare, lavare i piatti tutti i giorni, parlare con gli amici che non sono matti e [che] spolverano, lavano e pensano che questa sia la vita che c’è da vivere…”. Un anelito lacerante di soddisfazione e tregua, riversato nella scrittura con una dedizione ossessiva, vorticosa. Ecco cosa significa per lei.

“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura. E allora, come vivere con i mali minori e sminuirli ancora?”

Sylvia non può vivere senza scrittura come non può vivere senza riconoscere la violenza inquietante che la pervade e senza misurarsi con essa. Nel giugno del 1958 dopo aver osservato, durante una passeggiata con Ted, delle ragazze impegnate a deturpare un cespuglio si dice disgustata e innervosita e scrive: “In me c’è una violenza incandescente come il sangue della morte. Potrei suicidarmi adesso lo so, o persino uccidere qualcun altro. Sarei capace di ammazzare una donna e ferire un uomo. Penso che ci riuscirei. Ho stretto i denti per tenere a bada le mani, ma mentre guardavo fisso quella sfacciata ho sentito in testa un’esplosione di stelle sanguinose e un desiderio sanguinario di [saltarle] addosso e ridurla in maledetti brandelli sanguinolenti e pulsanti”. Questo desiderio sanguinario, primitivo e pulsante, così come la paura, l’ambizione, la frenesia e una radicale sensazione di “esilio” dal mondo, non abbandoneranno mai la Plath. “Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro. Presa tra la speranza e la promessa del mio lavoro”.

Ted Hughes nella prefazione scrive di lei: “Forse, in una cultura diversa, sarebbe stata felice”; ma non è chiaro a quale cultura si riferisca. Diversamente è ben comprensibile la “brama di comunione con lo spirito o con la realtà” che Hughes le attribuisce. Quella “disposizione a sacrificare tutto a una nuova nascita”. Dice Hughes: “Logicamente, il lato negativo di questo atteggiamento è il suicidio. Ma quello positivo (più familiare in termini religiosi) è la morte del vecchio e falso io al momento della nascita dell’io nuovo e autentico”. Comunione e fede di rinascita. Davvero quello che Sylvia Plath ha inseguito nella vita e nella morte: “C’è qualcosa che mi sta aspettando. Forse un giorno avrò una rivelazione improvvisa e potrò vedere l’altra faccia di questo enorme, grottesco scherzo. E allora riderò. E saprò cos’è la vita”. Davvero quello che forse, solo, le è mancato: un dono.

Plath, Sylvia
Diari
prefazione di Ted Hughes
traduzione di Simona Fefé
Adelphi, 2004
pp. 433, euro 9,50

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