Nosside di Locri (percorsi al femminile)

“Non si è dissolto
Nel vento
Di tante primavere
Non l’han bruciato
L’afa il freddo e il gelo
Ma brilla ancora
Come nei crepuscoli
Di ieri
Quel tuo messaggio
O Nosside di Locri
E’ un messaggio
Senza mai confini
Perché universale
E ‘il senso dell’amore
E universali
Noi nel cosmico
Mistero”

Maria Allo
Nosside nacque in Magna Grecia, a Locri Epizefiri, e visse tra il IV ed il III sec. a.C.
Le notizie su di lei sono scarse così come il numero delle poesie superstiti. Dalla loro lettura emerge evidente l’intenzione di Nosside di emulare Saffo, la più celebre poetessa greca, vissuta a Lesbo tra il VII ed il VI sec. a.C. La poesia di Nosside è, come quella saffica, un inno alla vita e all’amore.Ci sono pervenuti gli epigrammi della poetessa Nosside, e notizie sulla sua vita, grazie al ritrovamento dell’antologia del siriaco Meleagro. Se così non fosse stato anche Nosside avrebbe avuto la stessa sorte toccata agli altri poeti locresi dei quali è giunto a noi solo il nome: Teano, Mnsea, Erasippo, Senocrate. Il gadarese Meleagro, filosofo cinico ed anche autore di epigrammi, vissuto tra la fine del secondo secolo e l’inizio del primo a.c., aveva avuto l’idea originale di raccogliere, in un’antologia, parte della produzione di tutti gli epigrammi greci, scegliendoli con un criterio preciso, e assegnando ad ognuno il nome di un fiore.
Intitolò “giaggioli” gli epigrammi di Nosside, che il tessalo Antipatro aveva collocato tra “le nove più grandi poetesse della Grecia”; e aveva aggiunto che quei fiori, a dispetto dei secoli già trascorsi, profumavano ancora, perchè era stato Amore in persona a spalmare la cera sulle tavolette usate dalla poetessa per incidere i suoi carmi.
Nosside fu famosa soprattutto per i suoi epigrammi amorosi. Nei suoi versi d’amore esaltò la potenza e l’assoluto dell’amore con una sicurezza degna proprio di Saffo, alla quale amava paragonarsi e alla quale è stato spesso accostata da quei critici che hanno voluto, erroneamente, vedere in lei similmente “un’etera”, ma i suoi versi sono più freddi e manierati e non si discostano dalla tradizione ellenistica, tuttavia è proprio come donna amorosa e poetessa d’amore che Nosside ha voluto essere tramandata alla memoria dei posteri.

(ANT. PALAT. LIBRO V – 170)

Nulla è più dolce d’amore; ed ogni altra gioia
viene dopo di lui: dalla bocca sputo anche il miele.
Così dice Nosside: e chi Cipride non amò,
non sa quali rose siano i fiori di lei.

Nosside afferma che l’unico significato della vita è nell’Amore; quanto la poetessa sostiene è così lapidario nella sua formulazione che sembra dettato apposta, in sintonia con l’originaria destinazione del genere epigrammatico, per essere scolpito nello spazio ristretto di una pietra. Osserva il Cazzaniga : “E’ un precetto, una affermazione etica, un preannuncio, un messaggio come spiritualmente ed artisticamente riferito ad un ‘qualcosa’”. Da qui l’ipotesi dello stesso studioso che il componimento “apparisse come premesso all’inizio del volumen delle liriche
d’amore di Nosside” . Anche se suggestiva, l’ipotesi non pare accettabile; si direbbe piuttosto che è tratto distintivo dell’arte della poetessa cogliere con forza espressiva nel breve giro del “suo” epigramma, talvolta addirittura in un verso soltanto, come meglio diremo, un momento di vita, uno stato d’animo. Qui dichiara con efficacia incisiva il suo modo di sentire ; una dichiarazione che sollecita subito nell’animo del lettore il ricordo di Saffo – paradigmatico l’accenno alle rose – e Nosside forse vuoi già significare nel preambolo agli epigrammi la sua totale adesione al personaggio poetico e umano di altri tempi e di altra terra cui vuoi legare in eterno il proprio nome. Più apertamente Nosside lega il suo nome a quello della grande Saffo nell’epilogo del suo canzoniere.
L’epigramma (VII 718) ha tutti i tratti caratteristici dell’epitimbio. La poetessa, chiusa nella sua tomba, apostrofa un navigante che veleggia diretto a Mitilene: “… riferisci che io fui cara alle Muse … nata da donna locrese … il mio nome è Nosside”. Risulta riprodotto, come si vede, lo schema canonico dell’epigramma funerario. Ma il componimento, uno del più belli della silloge, chiaro nella sua esterna cornice, ha sempre sollevato gravi difficoltà di interpretazione, insite nel fondo dei contenuti, specialmente perché, sempre più manomesso via via nel corso dei secoli, è giunto a noi sovraccarico di congetture diverse e contrastanti. Recentemente, due nostri studiosi sono riusciti a risolvere quasi tutte le incertezze esegetiche riconducendo il testo nell’alveo della sua originaria lezione. Eliminate le inutili incrostazioni specialmente dei primi due versi, produttive fra l’altro di assurde ipotesi (sarebbero state due le poetesse con lo stesso nome, una Nosside contemporanea di Saffo, un’altra recenziore) il senso corre ormai chiaro. Nosside, a chiusura del suo libro, avverte il bisogno di lasciare un documento della sua sconfinata ammirazione nei confronti della incomparabile personalità poetica di Saffo. L’ammirazione si stempera, nel breve giro di un distico, in un commosso saluto dove in filigrana sotto sotto è da leggere anche un giudizio acutissimo sulle singolari qualità poetiche della grande Saffo. Un saluto immaginariamente scolpito sulla pietra a ricordo di sé (anche Nosside fu amica delle Muse), ma specialmente a ricordo della maestra amata e sognata che qualche secolo prima aveva con diverso vigore fantastico esaltato nel suo canto immortale il medesimo ideale di vita: il primato di Amore su ogni altro bene. Ma Nosside non pretende – come a torto qualcuno ha interpretato – di proclamarsi uguale a Saffo; sa bene di non poter reggere al confronto. Avverte soltanto l’orgoglio della sua, quale che sia, dimensione di poetessa nell’ambito del genere epigrammatico. Altre cose sono le qualità della poesia: qui Saffo non ha rivali. Non risiedono infatti nelle qualità poetiche le tangenze che la poetessa di Locri avverte quando unisce il suo nome a quello di Saffo; il punto d’incontro che Nosside sente nel profondo di sé risiede, semmai, nella sua condizione esistenziale vissuta a Locri sul ritmo di momenti e aspetti di vita in qualche modo affini a quelli di Saffo.
Dicevamo del giudizio sulla poesia di Saffo che traluce anche nel messaggio affidato al navigante. A Mitilene, dove è diretto, egli “potrà infiammarsi al fiore delle grazie poetiche di Saffo” . Una poesia che infiamma ed incanta: la singolarità del canto della grande poetessa è colta in un solo verso con sorprendente acutezza. Più tardi Plutarco, forse ricordando il pensiero di Nosside, scriverà: “Saffo dice parole veramente mescolate col fuoco e con le sue parole manifesta l’ardore del suo animo”; e ancora: “Non vedi quanta grazia hanno i carmi di Saffo che incantano e ammaliano gli uditori?” . Plutarco s’attarda a descrivere minuziosamente (e ricorrendo anche ad una immagine grottesca: il paragone con Caco che getta fuoco dalla bocca!) quanto invece Nosside con singolare forza espressiva riesce a disegnare in un verso soltanto. Disegnare infatti (non descrivere) nel breve giro di due distici (una misura ereditata da Anite?) e, talvolta, in un solo verso (le armi che stanno nei templi a cantare la gloria del Locresi, la poesia di Saffo che infiamma …) un momento di vita, uno stato d’animo, l’intima essenza di una situazione, la spiritualità di una figura, questo è forse l’aspetto più indicativo della personalità artistica di Nosside.
Nosside nel gruppo degli epigrammi votivi (tutti composti per donne, ad eccezione di VI 132) evoca l’immagine di un vivere aristocratico ed elegante trascorso nella cerchia di poche amiche fra oggetti raffinati, ricami, ornamenti, profumi. Il velo di bisso tessuto da madre e figlia ed offerto ad Era Lacinia, l’indumento artisticamente ricamato, donato da Sàmita ad Afrodite, tolto alla propria chioma e che profuma dello stesso unguento adoperato dalla dea per aspergere Adone (VI 275), la statuetta di legno rifinita in oro, raffigurante Afrodite, che l’etera Poliarchide donò appunto alla dea (IX 332), mandano fino a noi una eco soltanto – tenue e sfumata – dell’ambiente aristocratico di Locri dove la donna, sulla linea anche di tradizioni arcaiche di vita non ancora del tutto scomparse (il matriarcato di cui è cenno al verso 4 di VI 265), si configura in una sua particolare dimensione umana e sociale. Di quattro di queste donne, amiche della poetessa, tutte dame dell’aristocrazia locrese (i nomi sono tutti aristocratici),

Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,
per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,
dì che fui cara alle Muse, e la terra Locrese mi generò.
Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va’!

(ANT. PALAT. LIBRO IX – 332)

MARIA ALLO

Annunci

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...