Mirka Ebe Bonomi

003.jpg    mirka

A volte,quando si torna indietro a pensare,è la gentilezza che prende per mano e fa di te un gigante pronto a impadronirsi del mondo. E’ sempre stato così. Lo è anche oggi. A volte quando un ricordo ritorna alla mente del cuore,ci si accorge improvvisamente che si è un pò malati e, non te n’eri accorta di quella malattia che guizza come la vita prima d’andarsene, e tu la combatti come forza negata. e che per un pò fa guarire. Ma noi sappiamo che è solo per un pò. Come per un dormiveglia che precede la coscienza fino al suo lento dissolversi nel nulla. In quel nulla che ci regala l’oblio del sonno. Ed è allora che trovi intatto il piacere del ricordo. Di “quel” ricordo trovato fra le mani e,uscito come per magia da uno scrigno segreto che avevi dimenticato di possedere. Ci si concentra allora,come una verità a cui aggrapparsi,con tutta l’anima. Allontanando le cose inutili o che non servono più,fermandoti invece su quel ricordo vivo di sottili trame che t’inumidiscono le ciglia. Forse qualcuno riderà. Ma che importa? Per me è stato lo spiraglio di luce di cui avevo bisogno. Oggi. La medicina giusta per dare leggerezza ai miei molti errori considerati,a torto,germi mortali. Il mio “telescopio” magico che dà onore alla memoria con tutti i suoi lapsus,cancellazioni,le sue abili distorsioni.

“Domani mattina,alle ore 11 verrà nella tua pensione,una persona molto importante. So che darai il meglio di te. Così mi disse,un pò di secoli fa,una persona altrettanto importante e di valore. Passai dai salti, all’immobilità più feroce,dal caldo nigeriano al freddo duro dei ghiacciai Ciononostante non smettevo di girare in tondo e in largo per tutto l’appartamento come un’anima felicemente smarrita. L’affittacamere aveva un bel cercare di distrarmi coi nuovi pappagallini nati nella notte!
Arrivò l’ora. Puntuale su ogni lancetta d’orologio messo a punto,in modo scrupoloso e perfetto per il dovere del giorno. Sbalzata alla porta, bloccata qualche secondo per darmi un contegno che fosse vicino all’eleganza che con bonomia generosa strizza l’occhio sull’acerba età che può essere quella dei 24 di quel tempo storico, quella che controlla,se educata,anche i battiti del cuore,allungai la mano sulla maniglia e, con studiata lentezza l’aprii.. Davanti una persona alta quasi quanto me,leggermente più in carne di come lo ero io a quel tempo. La camicia bianca,le maniche ai gomiti,i pantaloni di lino di un cielo un pò sbiadito. Registro tutto in un colpo d’occhio nel mentre alquanto allocchita mi ipnotizza la mitezza che emanava da tutto quell’insieme,finita sul volto. “Prego Maestro. S’accomodi”. balbetto come da prima visita al logopedista. Il pianoforte aperto,lo spartito dell’Aida pure. Il panchetto scostato alla giusta maniera. Il Maestro mi guarda. Sorride con la bontà di un latte da balia che mai ha conosciuto baratti di moneta. Siede,arpeggia, fa due accordi,uno forte l’altro piano,passa alla minima che precede le due terzine del duetto tra Amneris e Radames ma…. . l’attacco non viene. Frazione di silenzio,ripetizione della minima legata alla croma di terzina. Silenzio più di una breve consentita dai canoni del buon gusto antico. Il Maestro ricomincia.. Prova ad aggiungervi la voce Quale insolita gioia nel tuo sgua-aardo”!. Silenzio. Anche dei tasti. Allora il Maestro si volta con tutta la metà del corpo, e con gentilezza infinita m’invita a “farmi più vicina a lui” (m’ero messa nell’angolo più lontano della stanza) e di non temere di liberare la voce. Da statua di ghiaccio che mi ero fatta,piano piano comincio a sciogliermi. Divento viva. Vera, gioiosa e in carne,sangue, ossa. La prova finisce. Lui si alza. e,con gli occhi lucidi mi dice con una semplicità tale da farmi ritornare ancora statua e infilata nell’angolo più lontano della stanza. . “Faremo sicuramente della strada insieme”. Peccato che il tempo reale mancò anche se io avevo già fra le mani “Un Cappello di paglia di Firenze” . Dopo pochi mesi seppi che la malattia aveva colpito il Maestro e il Re Degli Elfi era già in cammino per portarlo nel suo regno,invaghito dal suo valore, dalla sua gentilezza così buona e infinita. Quella persona era il M.Nino Rota che il Destino mi rifiutava, anche se la rappresentazione dell’Aida non mancò d’avere un successo strepitoso e incredibile,solo a volte,in modo misterioso turbata da qualche brivido improvviso. A volte tornare indietro fa male anche se rafforza l’emozione di “identità” così belle e la gioia d’averne fatto parte anche solo per averne respirato il valore. E sembra ieri. Come “tutto”. Anche se non dovevo permettere di riportare a galla la preziosità d’un tesoro, con la schiuma e l’odore del mare. Ma… come avrebbe detto qualcuno “c’è sempre qualcosa da rimaneggiare e lasciarlo al Destino”.

EMIB

Cantavo al giorno perchè non sapevo fare altro.
La notte leccavo le ferite lasciate nella gola
Viveva il Tempo in quella forza di contrari

La gioia non abbiamo schiacciata per spremere il vino dal dolore.Questo amore fra te e me è semplice come una canzone” Tagore)

C’è già aria gentile,fuori. Il gelo condensatoanche sui vetri dei giorni passati si è dissolto,fissato in qualche residuo ai margini della strada. I primi fiori gialli sono spuntati nella siepe.Un tronco presto si coprirà di linfa,svetteranno le foglie sentinelle per irrobustirsi più avanti.
La voglia d’uscire senza cappotto è quasi una delle (tre) tentazioni del diavolo che io prontamente lascierò per la fine della quaresima, così credo..

Debbo prepararmi per una lezione.Manca un’ora.Mentre penso,gironzolo per casa.
Un’uccellino è nella veranda dove di solito lascio cadere le briciole quando scuoto la tovaglia.Questa visione m’intenerisce e mi dà insieme gioia.Forse anch’io ho contribuito al suo “pane quotidiano”.

Nella casa c’è ancora profumo del caffè lasciato dalla Bialetti. Lo aspiro con il gusto di sempre. Mi piace l’aroma del caffè quanto il profumo delle rose che ho nel giardino e che fra poco mi prenderanno gli occhi oltre ovviamente il naso.. Un raggio di sole attraversa la mia stanza e subito il mio pensiero vola a quella stradina di Assisi,col sole rovente e un pò di penombra. Il mio compagno era una penna affilata e abile a cui volevo bene.Ci volevamo bene.Un gran bene. Ora è morto.Le sue ceneri stanno nel piccolo cimitero di Bracciano e per me bruciano ancora d’energia,se provo a chiudere gli occhi.. Lui non credeva in altro che la vita qui ,eppure non ho mai conosciuto una persona bella retta e di parole chiare e lapidarie come quelle che diceva Gesù. Ma…lasciamo stare l’esagerato e limitiamoci a dare a Cesare solo quel che è suo. Comunque sia,anche se lui sosteneva la “casualità” più che a un credo di qualsiasi religione,odiava le armi e gli armatori,le bombe,i bombaroli e chi le fabbricava, Si adoprò invece col suo intelletto pronto lucido e vivace e che spaziava a dare il meglio col suo mestiere di giornalista-scrittore,affinchè chi lo leggesse si chiedesse e frugasse per scoprire la verità. Le tante verità racchiuse nelle cose. Sapeva bene come comunicare,lui,anche se non alzava mai la voce. Istintivamente mi porto a un libro che lui mi ha regalato. Il libro è di Catullo. Le poesie. Come dedica solo una firma e la data. Adesso che ci faccio caso, trovo interessante quel regalo perchè lo associo alla personalità del mio compagno. Anche lui come Catullo aveva precise due cose ineliminabili; la libertà eun pò di schiavitù. La libertà di fronte ai potenti che combattè con la sua penna tagliente e senza sconti,la schiavitù vera quanto imperfetta all’amore.Purtroppo gli è mancato il tempo per sperimentane l’evoluzione che porta alla perfezione che,morire a poco meno di quarant’anni si è più cari agli dei che non agli uomini. Io sul tempo l’ho superato. Spero di poter “scegliere” come morire piuttosto che vedermi incapace e con la sofferenza addosso come ape sul miele, e tutti gli enormi disturbi che sicuramente infliggerei agli altri. Davanti ho l’agonia di quell’anno e otto mesi della “grande quercia” di mia zia e .questo mi basta e avanza. Comunque a questo ci penserò quando sarà arrivato il momento per farlo.Ora ho ancora della strada…
Mentre rimetto a posto Catullo,trovo un libro fuori posto. Ho il mio modo pignolo di allineare i libri secondo l’ordine degli argomenti o in ogni caso di quello che stabilisco io. Incuriosita lo apro. Ne esce un foglietto con una scrittura minuscola e ben marcata. Non ricordo in che occasione mi fu lasciato e neppure perchè,ma dell’autore ho chiaro il viso e le mani. Sorrido e m’illumino come quel raggio di sole lasciato sul pavimento.

Il mio tempo d’attesa per la lezione sta per finire. Mi dirigo a passo svelto in cucina. Prendo una mela e l’addento.Anche questo mi dà gusto. Un gusto quasi religioso. So d’avere introdotto nel mio corpo delle vitamine. Spero che quelle mele non siano state coltivate coi pesticidi mi dico da me con allegria. poco convinta.
Faccio un’altro caffè,guardo fuori dalla finestra nell’attesa di sentirne il gorgoglio che annuncia l’eccomi. L’uccello non c’è più e neppure il gatto della vicina.
M’incammino leggera verso la porta che apro sparando un sorriso.
Ecco le mie piccole cose meravigliose delle quali godo,il mio stile di vita semplice e frugale,la libertà incommensurabile di dire un no o un si e senza nessun obbligo di ricambiare le visite se non per voglia impellente di farlo come si fa per lo sboccio d’una gemma o di un piccolo fiore. Anche il tempo della politica è finito per me.Lasciamolo alla società dei consumi. Il voto?…Beh! Quello è irrinunciabile anche se con molti foruncoli di dubbio.

Quello che prima era un’aborto d’albero di pesco sta crescendo a vista d’occhio e io sono felice di vederlo crescere.
L’ora di aprire lo spartito è arrivata.Seriamente tranquilli ci disponiamo al lavoro di insieme. E voilà la campagna come dimensione autentica di questo mio spazio temporale. Guardo i giornali ammucchiati sul divano.Inutili quanto il non incantarsi a un’alba o come a un tramonto,a un’amore fatto di tenera complicità come s’addice alle persone nel tempo della maturità semplice come una canzone.

Mirka

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