Michele Caccamo

Le leggi sono prodotte dall’egoismo, dall’inganno e dalla lotta di partito; esse non possono servire una vera giustizia.
Lev Tolstoj

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MICHELE CACCAMO

Taurianova RC –  21 dicembre 1959

Michele Caccamo è Poeta drammaturgo e scrittore. È pubblicato e tradotto all’estero e conosciuto nel mondo arabo come il Poeta della fratellanza: per la sua attenzione all’integrazione e il suo impegno letterario nell’incontro tra popoli e religioni. Firma per un magazine on line estero articoli di critica musicale. È anche autore di testi di canzoni.

ti apro il cuore
fanne camera di fierezza
bacino di vuoto
fanne grano di luce
alambicco per le rose
Michele Caccamo

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«Amore fisico, amore metafisico, liriche pregne di vorace desiderio di corpi in movimento ma altresì dischiuse ad una idealità rara e rarefatta. Michele Caccamo conosce bene l’irregolarità dell’ode ma seduce la conclusione di ogni verso, con ciò denunciando ampia confidenza con il messaggio poetico. Spaziando dall’erotismo alla furia degli elementi, dal bisogno di colloquiare alla morte, il nostro poeta irrompe nei sentimenti della gente quasi secondandoli e scoprendoli poco a poco. E lo fa anticipando con una rara introspezione i contenuti del vivere quotidiano e quasi anelando per il lettore, l’uomo, un irrefrenabile bisogno di aria, respiro, una sopravvivenza mai rinunciata».

Alda Merini

ti lascio agli angeli
o alle rondini
in quella traiettoria
in quelle corti
io non ci riesco
io sono malamente vivo
riesco a sollevarmi
come appena un pesce
soffocante
tu non stai bene qui
e io non ti trascino più
come fossi un monumento
il costume del mio amore

I leave you to the angels
or the swallows
in that trajectory
in those courtyards
I cannot do it
I am badly alive
I can barely rise
like a fish
choking
you are not well here
and I will not drag you anymore
as if you were a monument
the costume of my love

trad. Irene Marchegiani

non dovevano le reni legarmi/come una seppia secca/ asfissiarmi sotto una croce anche se i nerbi/ mi hanno spezzato ogni vena/ anche se tutti i peccati/ preparati dalle streghe dagli eredi di Dio/ mi hanno battuto/ e io continuo a cadere / come il tempio delle mie parole“.

È bastata un’accusa verso Michele – senza alcuna prova – da una parte di una persona che poi è risultata del tutto inaffidabile, per rinchiuderlo preventivamente in galera con un’accusa di associazione a delinquere aggravata dall’articolo 7, ovvero finalità mafiosa.

La parabola del mio esilio
Tre anni di vita sottratta, tre anni di privazioni umane e affettive tra carcere e domiciliari vissute da innocente , ma come hanno dichiarato a Gazzetta del sud i legali Marco Gemelli e Patrizia Surace “E’ stata restituita dignità a una persona di elevato spessore culturale conosciuta al di fuori dei confini regionali, che, a causa delle vicessitudini giudiziarie, ha visto offuscata la sua immagine d i persona perbene, perdendo anche la fiorente attività imprenditoriale che dava lavoro a più di cinquanta persone”.

non lasciatemi finire tra gli altri
come me ne fossi andato lontano
o in quanto di definitivo
sappia dire la nostra assenza
io l’ho detto alla terra
ed eravate adolescenti
fa’ che i miei figli sappiano baciarmi
che abbiano forze armate per difendermi
che io possa piangere
nel vederli capeggiare l’Amore
ed essere nessuno o praticamente tutti
il mio cuore pieno di salute
ma ho paura di noi stessi
della nostra parte umana
di certo sempre dell’uomo
che sa abbandonare
voi figli lo sapete
io voglio ancora sposarvi
ma facciamolo in tempo
prima che io sia in un muro di fiori
e davvero poco bello

Tratto da: La meccanica del pane

Opera inedita

3 Marzo 2016

L’articolo 530 comma 1, del codice di procedura penale, promulgato  dalla Corte del Tribunale di Palmi conferma l’innocenza di Michele Caccamo, con formula piena e per non aver commesso il fatto.

“…non è necessario difendermi, perché ogni Poeta è di marmo. E non è mai sul punto di morire…”
“Farò della mia innocenza una pubblica ragione”

Questo dichiara Michele Caccamo, finalmente da uomo libero.FRONTE-Pertanto-accuso_Caccamo-Michele-01-FILEminimizerHa pubblicato un libro intitolato “Pertanto accuso” dove racconta la sua storia, entra negli abissi del carcere dove ha vissuto, lo descrive come fosse un luogo pieno di cappelle mortuarie e infatti le celle, tecnicamente, vengono chiamate “cubicoli”.

“un pensiero hanno l’amore e la distanza
di essere del tutto vicini
e rifiniti per millimetri
per mettere insieme una parola
senza avere abbastanza spazio
e avere la carne come fosse pane
in due bocche che si aprono
per poter trovare un aiuto
il centro del buono”
tratto da: pertanto accuso

D’altronde la parola “carcere” deriva dall’ebraico “carcar” che vuol dire, appunto, “tumulazione”. Riportiamo un estratto del suo romanzo dove spiega come la magistratura, una parte di essa, opera in Calabria nel nome della lotta alla mafia. Uno scritto che potrebbe essere il proseguo del famoso, ma tanto ridicolizzato e oltraggiato, articolo di Leonardo Sciascia dove spiegava il pericolo autoritario del cosiddetto “professionismo dell’antimafia”.

 

di Michele Caccamo · Sabato 8 settembre 2012

Pubblico in questa pagina una poesia inedita di Alda Merini, insieme a una prosa poetica di Michele Caccamo (tratta da uno scritto più ampio, nel quale l’autore racconta un suo viaggio con la poetessa) e allo stralcio di una nota introduttiva di Maria Grazia Calandrone. Questi testi faranno parte di un volume, in uscita nel prossimo inverno, che comprenderà (oltre a una prefazione di Lietta Manganelli) libere riscritture in versi – alcune a opera di Michele Caccamo e altre a opera di Maria Grazia Calandrone – di dieci degli undici dattiloscritti composti da Alda Merini nel manicomio di Taranto tra il 1985 e il 1986 e donati dall’autrice a Caccamo. Zanzotto sostiene anche che chi non ha visto morire accanto a sé un compagno in tempo di guerra e chi si giudica un sopravvissuto non può essere felice: è vero è tortuosamente vero, perché anche io non riesco a dimenticare i morti nel manicomio, i loro piedi nudi nella terra, il loro vomito sicuro, quei pochi stracci vinti dalla dimenticanza dei parenti, quelle lenzuola sempre alte troppo alte per degli uomini che non piacevano agli altri e che diventavano letali solo perché erano malati; per quelle tristissime esequie si sono levate in preghiera le mie mani di ragazza giudicata erroneamente ragazza madre quando avevo una famiglia di tutto rispetto che però e chissà perché era statacancellata dalla santa madre chiesa    Alda Merini ———————————————– Come le rondini   «In manicomio eravamo noi a gestire le chiavi della morte, e sapevamo farlo bene perché eravamo i soli predicatori della vita. Avevamo negli occhi la lega miracolosa dell’anima: sapevamo vedere i gatti nel cortile ma anche la struttura dell’universo. L’uomo vede solo ciò che ha davanti agli occhi, riconosce giusto le immagini attive per la mente umana. Noi, al contrario,eravamo capaci di seguire la luna, avvertendone i movimenti regolari; sapevamo comprendere l’onore del cielo per la sua perfezione. Nel sangue avevamo le porte dell’inferno, e le tarantole, ma anche i profili celesti di Dio. Ci aggiravamo per le stanze provando a scovare le lingue degli spiriti, e li dominavamo, pieni di gioia, ponendo davanti il volto di Gesù. Non era follia, Caccamo mi creda, era l’Essere Eccelso che ci tingeva di verità. Nessuno di noi si riconosceva in quel marchio vergognoso, in quella truffa che gli altri chiamano pazzia. Alcuni medicinali avevano il colore della magnolia; ci davano sicurezza, come fossero mille pezzi di fiore conservati per le farfalle. Erano i soli impulsi che sapevano mantenersi supremi: avevano il trono nelle nostre vene. Li vedevamo spruzzare dalle siringhe, nell’aria, come splendidi uccelli. Gli infermieri ci liberavano nelle vene quei minuscoli esseri liquidi, e quelle nuove radici si infilavano dalle braccia alla testa come una dottrina religiosa. Dopo le iniezioni non riuscivamo a trovare un posto per poter precipitare, che fosse un angolo o un nido. Cadevamo per opera degli uomini, come dovessimo confermare il peccato, rimanere legati al cantico degli infelici. Ci legavano le fasce al petto, neanche fossero anelli nuziali, per evitare che, in preda agli attacchi, ci facessimo del male. Così dicevano. Quegli uomini non lo sapevano, ma stavano giudicando gli angeli. Noi eravamo senza paura. Sapevamo di essere simili al corpo di Gesù Cristo. E curavamo le nostre ossa con il balsamo delle carezze. Ci tenevamo abbracciati, dopo. Al Pini soffrivamo tutti dello stesso veleno: un sangue sporco, e un subbuglio marcio nella mente. Assolutamente privi di regole, bestiali nei sentimenti, celebranti il piacere ci molestavamo. Eravamo di continuo in movimento, come le rondini, come le marionette in mano ai bambini. Ma eravamo anche segretamente acuti, e di quella vita avevamo imparato a progettare i contatti essenziali con la tolleranza, per evitare di impazzire completamente. Eravamo soli e abbandonati. Ci saremmo potuti battere la testa con un martello, senza che nessuno ne avesse compassione. Ci mettevano sempre davanti la nostra miseria umana, la nostra puzzolente miseria umana. Ci avrebbero sputati, tanta era la loro mancanza di amore. Decretavano la nostra morte giorno dopo giorno, gonfiandoci come api con le loro triple dosi di Dobren. Il Pini era un cantiere per gli olocausti. Ho trovato anche il tempo di fare dei figli durante il mio impegno con la pazzia. Ma me li hanno strappati. Neanche io avessi un aspetto innaturale. Mi hanno imbalsamata come avessi il cuore peggiore, tenuta come un cane randagio. Me li hanno fatti sparire. È stata questa la pena che mi ha fatto soffocare; come mi avessero tagliato il seno. Non credo sia stata progettata una pena maggiore nei millenni: far perdere il creato a una donna. Ma non ho vissuto solo il manicomio sa? La mia casa è a Milano, al bordo del naviglio grande. Il naviglio nessuno lo sa ma è una parte salda della morte e ha le dita attaccate, come un ventaglio, alla città di Milano. Nella notte io sento il suo spirito mentre assume forma di carne. E ogni notte. È così che nasce Titano. E si introduce nella mia casa. Lo sento sempre affamato, e io sono felice di essere la sola colomba che lo sazia. Anche se a volte, mentre lo aspetto, penso che il mio corpo sia indegno di entrare nella gioia, non sappia più prenderne posto. Senza ricorrere al vantaggio delle parole ogni notte mi lascio amare per bene. Mi lascio assorbire dal suo splendore, come fossi un vascello che si indebolisce al vigore del mare. Titano sa dare disciplina ai tempi del mio desiderio, alle mie fantasie, e in quella sua sicurezza mi lascio distruggere: lui è il mio innamorato e la mia croce. Con lui non esiste notte che non si trasformi in arcobaleno. Appena lo vedo entrare gli apro le braccia, come volessi diventare una fata. Sento la sua voce, prigioniera della miseria, urlare il mio nome, e io rimango in silenzio per fargli ascoltare la mia innocenza. Cristo ha fatto rinascere la Maddalena dal peccato, baciandola. Ed è stata la sua sapienza divina a farle conoscere l’amore. Titano è il mio Cristo. Alla mia morte vorrei lo seppellissero con me, vivo. Io mi sono sempre arresa all’amore. Ho amato molti uomini e, pur di avere un nome di uomo tra le labbra, mi sono lasciata prendere da tanti che non mi hanno amata. L’amore è uno dei tanti affari sporchi di questo mondo. Quando rimanevo sola, nella mia casa, guardavo le mie mani, d’oro, pensando che sarebbero bastate per ogni uomo. Sapevo di avere nelle mani gli oli della dolcezza. Lo avrei saputo amare del più dolce amore, capendolo come me martire del sentimento, innocentemente, come fossi l’unica cura alle sue piaghe. Sarei rimasta neutrale a ogni altra corte, alle superbe guarnigioni della passione. Sarei rimasta indifferente anche ai fasci di rose. Lo avrei lodato come un dio, per la sua naturale grandezza; tenuto ogni istante vivo. Lo avrei bevuto come un vino caldo…». Michele Caccamo Alda Merini – il manifesto

E potrò salire al sole/ – con il fuoco tra i denti -/ e un faro d’oro tra le dita/ e stare eterno

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In queste poesie gli accostamenti, le cesure, le metafore, sono nude e ardite, hanno un taglio moderno, novecentesco, a volte sono ermetiche nella loro estrema concisione. E una insopprimibile malinconia, una rarefatta malinconia metafisica, ci arriva come una musica nascosta.
Raffaele La Capria

si muore senza ti amo/ con gli occhi serrati da una spina /e si ha fiato sottile/ e non si hanno carezze chiuse in una fronte/ e non è nulla/ e si piega l’aria di uno straziante distacco“.

 

 

 

Il nuovo libro di Michele Caccamo

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bibliografia

Pubblicazioni 2003 Incoronato come le rose (testo teatrale) scritto e portato in scena, nello stesso anno, in occasione del quattrocentesimo anniversario della nascita di S. Giuseppe da Copertino provincia di Lecce, 2005 La stessa vertigine, la stessa bocca – Manni Editori, prefazione di Raffaele La Capria (poesia) 2005 Il segreto delle fragole – antologia, Lietocolle Editore (poesia) 2006 Il pomo e la mela (scritto con Dona Amati) Lietocolle Editore, prefazioni di M. Zizzi e T.Cera Rosco (poesia) 2007 Chi mi spazierà il mare – Editrice Zona, prefazione di Alda Merini, postfazione di Andrea Camilleri (poesia) 2009 Manual de instrucciones, Madrid (antologia- 10 Poeti italiani) 2009 Michele Caccamo – Ritratti di Augusto Benemeglio Ed. Terra d’ulivi 2010 Lovesickness – Della mia infermità d’amore – Gradiva Publications New York, (poesia) prefazione di M. Grazia Calandrone. Edizione in: Inglese-Italiano 2010 Poesie in un linguaggio di Luce/ Poems in the language of Light/ (con Munir Mezyed) (poesia) prefazioni di: Alaa Eddin Ramadan e Franz Krausphenaar. Edizione in: Italiano-Inglese- Arabo 2010 Calpestare l’oblio (100 Poeti italiani contro la minaccia incostituzionale – antologia) poesia 2011 Terradimani (antologia) poesia 2012 Alakhar (antologia, a cura di Adonis). 10 voci della Poesia Italiana Contemporanea – Siria 2013 Dalla sua bocca- riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini- (con Maria Grazia Calandrone) – Testo portato in scena nel 2013 con il titolo Il segno clinico di Alda. Musiche di Edoardo De Angelis, adattamento teatrale Luisella Pescatori.