Maria Grazia Calandrone

MARIA GRAZIA CALANDRONE

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Deus ti salvet Maria, tu che hai subìto gli alberi ed essi erano

come distinti da numeri e sanguinavano come sanguina una pietra. Non ti vedremo

più sulla terra, Maria, mai più

dritta in piedi nel suo ricatto muto, tu piegata alla forma bellissima di questa carne. Maria io ti riconoscevo

dalle imperfezioni. Vedi, lo vedi

quello che fa il tempo, che silenzio di creta sulle spalle, che solitudine nell’attraversare. Ti riconosco dall’ostilità di un suolo enorme. Troppa cenere, troppo cercare nell’autosufficienza del paesaggio le interferenze degli immortali.

il tuo corpo cadeva contro lo sfondo magnetico di questo verde mentre io non avevo paura io non ero più niente non avevo nemmeno una lacrima ero una bruciatura di metallo che aveva visto una creatura morire entrare in uno stato definitivo come altri entrano nel rumore cupo dei luoghi che noi abbandoniamo, nel boato continuo del vento, volontariamente nella radiazione finale. poi l’odore rimane per mesi come uno stato collettivo di abbandono.

Maria ti amava come una bambina. Testardamente. Maria ti amava minuziosamente

come un’ape terrestre. Ti voleva soltanto innalzare. Operosa, alacre. Indefettibile. All’arrivo del treno è stata

investita dal caldo umano della macchina – stum

fffffff stum

fffffff – ripetitivo come il cuore

o una gru enorme per la manutenzione dei treni e tu le risorgevi e risorgevi

dalla sua bocca: ancora

ti chiamava. Così ecco il tuo nome si è innalzato

qui, sopra il fallimento della sua carne.

FI-BO, 17 settembre 2011

da La scimmia randagia, Crocetti, 2003

Vira il vento del mondo con piedi di vento, magnitudine e rose sui corpi
festivi e carichi
di un lamento inaudito. Ci lasciamo sommergere dal mare muto del sole come stoppie sospinte: siamo
stati spogliati
della insipida calca di neve che l’inverno sottrae
ai nostri volti per ammucchiarsi sopra le campagne come un cane
evaporante, lunatico; siamo state lasciate
dalla mistica immagine del gomito che puntella le nevi
del volto. Abbiamo – terra
e rogo, sul volto, rimasugli di sangue, l’estasi.

da Come per mezzo di una briglia ardente, Atelier, 2005

Lo scoppio nelle camere
di combustione (la combustione
della grafia legata all’emisfera nella quale il corpo fu incominciato
– incomincia ogni giorno –
ad esistere prima per iscritto e dolcemente poi
a desistere
a cedere un calore di sottana alle sponde
di acciaio cromato) con l’elevato grado di fermezza prodotta
dal cobalto
della schiuma marina. Nel letto
vinilico i residui del nòcciolo
radioattivo: cuore vicino al flusso della lava, vene senza esercizio – un fulmine
globulare – le feritoie di olio e di bitume – perché il letto ha grandezza e superfici
– navate – o è un Reno gelato
e plebeo – piccole fruste che sbandano le truppe (e nei reparti
vige una generale ritirata
verso il santuario, la porta occidentale). Siete navi
condotte dal vento come per mezzo di una lunga briglia
a figure interne che tendono alla sequenza e alla stasi.
Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome
– mamma – evaporate
con quegli occhi iniziali
scacciati
dal dolore e dal freddo come bestie.

da La macchina responsabile, Crocetti, 2007

Dal burrone di Babi-Yar
(29 – 30 settembre 1941)

Ma di colpo volevo
vivere vivere
nell’infezione umana. Come?
scappare se lei resta qui – ma tornai in superficie
cancellato in me
cancellata la specifica proprietà umana
del ridere. Loro
bruciavano costretti
a guardare i neonati diventare cenere (la propria
muscolatura e l’altra, la saliva e il respiro
degli altri) e l’odore salato di capelli arruffati travolto
dall’ustione. Guarda la torcia della sua fronte sulla quale posavi
l’altra metà dei tuoi baci. Così
non poterono staccare il corpo di mio fratello dalle sue braccia, per tanto
che lo stringeva io continuo a pensare da quale morsa verrà la mia salvezza.

Un mare di persone e di dolore.
Anche gli alberi stesi sulla terra per il dolore.
Nel grigio fosforico della pietraia due
come manichini compromessi.
Non furono
le pallottole
dei soldati ubriachi a far morire
ha ieled shelì, fu il peso
del mio abbraccio sotto il peso dei corpi.
Poi di nuovo gli spari. E i denti d’oro vennero strappati
dalla bocca dei morti.

Lo sguardo di mia madre
era spaventoso – sotto lei era un mare di corpi coperti nell’anima – io
tacqui
come fanghiglia nera. Cosa
poteva emergere dal fondo del burrone se non questa
inarginabile
colpa.

3 febbraio 2005

ha ieled shelì: il mio bambino (ebraico moderno)
fra il 29 e il 30 settembre 1941 33.771 ebrei di ogni età provenienti da Kiev e dintorni vennero spogliati, sdraiati sui già morti e mitragliati dai nazisti e dai collaborazionisti ucraini come in una catena di smontaggio nel burrone di Babi-Yar. Nel 1943 ci vollero 327 prigionieri e sei setti-mane per tentare di estinguere nel fuoco i corpi riesumati, le prove.

inedito

Contro l’esilio
a M. B.

Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo
a fiorire, come
se inclinasse una chioma innaturale
verso un mondo che non vagliava
le cavità del mondo. Le donne
si stringevano fasce intorno ai lombi
vaporanti nell’alba meschina
e perle
serene sulla fronte, simili
a beccate fugaci
di migratori, cose che al sole
svaniscono: una disfunzione, un singhiozzo
appena percettibile di tutta la terra
che dorme sotto il velo
di ginestre precoci, sotto le ali.

Abitazioni estese lungo i fiumi, euforia chimica
dai comignoli neri. L’industria colma di olio
verdognolo le arterie. Le voci di Giovanna
fanno silenzio
mentre tocca il fiore con le mani
e sta come
la carne denudata nei tabernacoli.
Sul nero sanguinante
di quel corpo ricade
il nevischio del volto
e una profezia di rami in fiore.

Lui ha saltato la rete – eppure quella notte
non si vedeva a un passo.
Dopo diverse ore di cammino
ha bussato alla casa dell’infanzia
diceva solo mamma non è niente
diceva mamma sono solo
stanco, solo stanco.

Roma, 18 dicembre 2007

Maria Grazia Calandrone

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