il verso autentico che taglia le carni : Amelia Rosselli

«E cos’è quel / lume della verità se tu ironizzi? Null’altro / che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. / Io non saprò mai guardarti in / faccia; quel che / desideravo dire se n’è andato per la finestra, /quel che tu eri era un altro / battaglione che / io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà / cerchi fra stancate parole?».

Musica, ritmo, suono, contaminazione delle lingue, ricerca di sempre nuovi sensi da comunicare: forma e significato sono elementi altrettanto imprescindibili e altrettanto curati nel fare poetico di Amelia Rosselli, della quale ormai non resta che ascoltare la voce:

[…]. Ma se dalla tua vacuità

non esce alcun amore, io non resto, allargate

le braccia al sole, allargate le tue braccia

senza amore. Abbracciata io l’avea in un abbraccio

senza amore, in una notte senza fondo, senza

fondo d’amore. Ed io ti chiamo ti chiamo ti chiamo

sirena, ci sono solo. E tu suoni e risuoni e

risuoni e risuoni o chimera. E perciò io ti chiamo

e ti chiamo e ti chiamo chimera. E io ti chiamo e ti chiamo

e ti chiamo sirena.

[…]

da La libellula. (Panegirico della libertà)

L’automa che disfaceva le giornate era la pallida

ombra che temeva e pregava e sosteneva di non esser

degna; il cielo rompeva il suo isolamento e tutto

cadeva nel panforte del nulla. Ma io esplodevo

fuori della scabra pelle tenace e croccante ma

io rompevo fuori della luna della noia. E ne

seguiva una tenace invettiva a tutti i tramvieri

del mondo; non calate così presto le vostre trombe

d’orgoglio!

(da Variazioni belliche)

Ti vendo i miei fornelli, poi li sgraffi

e ti siedi impreparato sulla scrivania

se ti vendo il leggiero giogo della

mia inferma mente, meno roba ho, più

contenta sono. Disfatta dalla pioggia

e dai dolori incommensurabile mestruazione

senilità che s’avvicina, petrolifera

immaginazione.

(da Serie ospedaliera)

L’immaginazione torturata si tormentava

gli idilli nascevano e si tramutavano

in fantascientifico dubbio o nausea

e l’amore era un gioco di scacchi.

Il fantasma che regnava nella casa vuota

il fiero dedicarsi ai combattimenti

tutto prendeva una piega imprevista

se il dolor di capo ricominciava.

È nel voler dar fiducia e nel dover

toglierla, il perpetuo scacco della

regina: non ha fiducia, né può darla

mentre i lustrascarpe s’industriano.

Gli alberi assassini s’accovacciano,

foglie libere e deliberate hanno conti

aperti col vento; e l’ira della regina

si tramuta in angoscia col vento!

Il vento stesso si tramuta in libidine

col vento!

photo di DINO IGNANIamelia_rosselli (da Documento)

Inferno, tessuto da mani perfette, avvolse
la nostra luce di un fiero brivido di paura nella notte
scambiata per un paio di rubini. Paura
pedicure di Desdemona, era tuttospavento che lui
potesse saltar fuori scattando dall’ultimo bus, ma
eravamo pronti ad ammirare il suo genio creativo
e a non lasciarci disturbare da nulla salvo lo
scampanellante
campanello della porta quando suonò al suo meglio.
Necessariamente il nostro gocciafucile è caduto
ai tempi dell’inferno: ritessuto di nuovo in un
pacchetto
avvolto che contiene tutto il nostro cibo corporale.
Anima
scomposta ci ha guardata da lontano ma nessun
sguardo di angeli
avvolse il suo sguardo indagante d’amore.

traduzione di Antonio Porta

Amelia Rosselli, Perdonatemi, perdonatemi, perdonatemi

Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra le vita che ho perso.

Perdendola vi ho compreso
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/Lrwbe

un articolo di Lello Voce
Amelia Rosselli, rivoluzionaria della poesia
L’Unità, 2006

«L’inferno, tessuto da mani perfette»: è un verso tratto da Sleep , la sua raccolta forse più nota, ed è anche una sorta di riassunto della vita, della lingua, della poesia di Amelia Rosselli, di cui ricorre il decennale dalla tragica morte. Figlia di Carlo Rosselli, esule antifascista assassinato a Parigi insieme al fratello, è stata una delle voci più originali, profonde ed innovative dell’ultimo scorcio del secolo scorso. Nomade dall’Italia a Parigi e poi in Inghilterra e negli Stati Uniti, ha fatto del suo varcare, violare, intrecciare confini un linguaggio poetico particolarissimo, materiato da un italiano assolutamente ‘artificiale’ in cui convergevano prestiti e calchi anglofoni e francofoni che si fondono con ‘naturale’ maestria ad invenzioni spericolate, che spesso si presentano, afasicamente, sotto le mentite spoglie dell’errore, o dell’anacoluto.

La vita e l’opera della Rosselli sono la prassi di questa contraddizione tra l’assoluta necessità della poesia e il suo essere ‘parziale’, imperfetta, eppure indispensabile, come ogni utopia che si rispetti: «E cos’è quel / lume della verità se tu ironizzi? Null’altro / che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. / Io non saprò mai guardarti in / faccia; quel che / desideravo dire se n’è andato per la finestra, /quel che tu eri era un altro / battaglione che / io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà / cerchi fra stancate parole?».

Ossigeno nelle mie tende, sei tu, a
graffiare la mia porta d’entrata, a
guarire il mio misterioso non andare
non potere andare in alcun modo con
gli altri. Come fai? Mi sorvegli e
nel passo che ci congiunge v’è soprattutto
quintessenza di Dio; il suo farneticare
se non proprio amore qualcosa di più
grande: il tuo corpo la tua mente e
i tuoi muscoli tutti affaticati: da
un messaggio che restò lì nel vuoto
come se ad ombra non portasse messaggio
augurale l’inquilino che sono io: tua
figlia, in una foresta pietrificata.

I miei occhi non s’aprono, dal
sonno o dalla tortura […]

[…] ho un cuore che scotta
e poi si sfalda per ingenuamente ricordarsi
di non morire.

Con la malattia in bocca
spavento […]

Dopo che la luna fu immediatamente calata
ti presi fra le braccia, morto […]
[…] Mondo pollame divenuto malaticcio
duna di morti […]
[…] Tu salito nella bruma
ti vedo lontano che ti aggiri
consigliando
che ne è di me e di te ora dopo la morte
tu, sui colli.

Una notte mi svegliai soffocando, e sentii come la stanza piena d’onde elettromagnetiche, e me con le gambe addormentate e formicolanti […]. Sospettai invece che qualcuno fosse andato nella cabina dello, stabile, a rialzare la corrente. […]Seguirono incidenti vari con macchine chiaramente d’origine fascista. Ebbi diverse cadute dal motorino, con traumi cranici relativi.

[… ] Non so se io sì o no mi morirò di fame,
paura, gli occhi troppo aperti per miracolosamente
mangiare
[…]
lo non so se tra il sorriso della verde estate
e la tua verde differenza vi sia una differenza
io non so se io rimo per incanto o per travagliata
pena. lo non so se rimo per incanto o per ragione
e non so se tu lo sai che rimo interamente
per te […]

io non
so se tu cadi o tu tremi, tu non sai se io piango
o dispero. Disperare, disperare, disperare, è
tutto un fabbricare. Tu non sai se io piango
o dispero, tu non sai se io rido o dispero.Io
non so se tra le pallide rocce il tuo sorriso.

(da La libellula, 1958)

Da poeta a poeta- in linguaggio sterile, che
s’appropria della benedizione e ne fa un piccolo
gioco o gesto, rallentando nel passo sul fiume
per lasciar dire ogni onestà. Da poeta in poeta:
simili ad uccellacci, che rapiscono il vento
che li porta e contribuiscono a migliorare la
fame. Di passo in passo un futile motivo che
li rallegra, vedendosi crescere in stima, i letterati
con le camicie aperte che si abbronzano al sole
di tutte le tranquillità: un piccolo gesto sfortunato
li riconduce all’aldilà con la morte che sembra
scendere e stringerli.
Ironicamente fasulla, o v’è una verità? ch’io
possa dire anche tua?
Ma nel fiume delle possibilità sorgeva anche
un piccolo astro notturno: la mia vanità, d’esser
fra i primi gigante della passione, un Cristoemblema
delle rinunziazioni […]

(da Serie ospedaliera, 1963-65)

Mio angelo, io non seppi mai quale angelo
fosti, o per quali vie storte ti amai
o venerai, tu che scendendo ogni gradino
sembravi salirli, frustarmi, mostrarmi
una via tutta perduta alla ragione, quando
facesti al caso quel che esso riprometteva,
cioè mi lasciasti.

Non seppi nemmeno perché tra tanti chiarori
eccitati dell’intelletto in pena, vi
furono così sotterranee evoluzioni d’un
accordarsi al mio, al vostro e tuo bisogno
d’una sterilità completa.

Eppure eccomi qua, a scrivere versi,
come se fosse non del tutto astratto
alla mia ricerca d’un enciclopedico
capire quasi tutto a me offerto senza
lo spazio di una volontà di ferro a controllare
quel poco del tutto così mal offerto.

Amelia Rosselli

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