natura

E’ accaduto

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E’ accaduto.
Eri il confine furioso in volo
sulle fiamme dei miei seni
a tratti un colpo di luce pronto ad accecarmi.
Ora cigoli come pioggia di versi
sulla roccia incandescente
io doppia cenere di lava
come limo di bacche
nuda su pentagrammi in cerchio
cerco le parole per dirlo.
Il resto lo fa il temporale di Aprile
un essere voler essere che in te si intreccia
con cortecce prive di foglie
per mancanza di luce mai finita.
Ma tu sei in ogni cosa .
Nel silenzio che rischiara
come nebbia più nuda del mare
o nel sangue di un tralcio di vite che spiove
più oltre come fosse morire.
Conosci gli occhi della luna
e di tutti gli orizzonti quel fragore .
Da te ho appreso Il coraggio del resistere
a labbra aperte nel deserto che avanza
tra i lembi rovesciati della terra
ogni parola umana nella veglia.
Dunque questo mi lasci come verso :
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero , tutto e tutti

© Maria Allo

ricorderemo…

Ho abbastanza visto. Ho incontrato in ovunque la visione.
Ho abbastanza avuto. Frastuono di città, la sera, e sotto il sole, e sempre.
Ho abbastanza conosciuto. Le fermate della vita. – O Frastuoni e Visioni!
Parto per affetti e rumori nuovi!
Arthur Rimbaud

photo di Daria Endresen

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Una voce dietro l’altra brulica di luce sulle ciglia
occhi di mille anni gremiti di bacche
vacillano nel tuo nome
ma non cancellano il mare.
Così si resta a serpeggiare tra gli scogli
fino a far sbiadire con le consonanti dell’alba
anche i  fiori di ligustri su questo poggio.
Niente mi potrà salvare dal caos di suoni.
Resta il coraggio della finitudine
quando si sfalda il giorno
come sangue esplode su pietre levigate.

© Maria Allo

Non si può fermare il vento

Martin Stranka
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore .
Ecco . Scrivi mentre cadi.
Firma la tua voce a tutto silenzio
anche se la parola manca.

© Maria Allo

           

anteriore a ogni logos

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photo di Danilo Balducci

Ti darò vita
con la forza del mio corpo
con l’urlo del mio grido che cresce
nelle ossa
davanti allo sfacelo
che scava la mia pelle
senza sosta.
Sarò albero
frasario di vento che spumeggia
dietro impronte urlate
tra le pieghe di rime sfrangiate
del bosco chiaro in bilico
su rami dissonanti.
Non smetterò mai di morire
anche quando germogli e fiorisci
sorpresa dalla tua nascita nel buio
all’alba di una qualche nuova vita.

© Maria Allo

Feriti di realtà e realtà cercando ne “I giocatori invisibili”di Irene Giuffrida

LIMINA MUNDI

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I giocatori invisibili (edizioni Giovane Holden 2016, 14 euro) è l’opera prima di Irene  Giuffrida, eppure  sorprende sia per la situazione esistenziale espressa attraverso una singolare tecnica narrativa, giallo nel giallo filosofico, sia per la ricchezza di particolari. L’autrice dà conto non solo dei pensieri del protagonista,  ma anche di tutto ciò che entra dall’esterno nella sua prospettiva, impegnata a confrontarsi col tempo: Guido, il protagonista, vive tra passato e futuro, il commissario Saverio Strano risolverà l’enigma indagando sui ” luoghi oscuri “ della coscienza e su Morgana, la follia latente di Guido. Ecco il tempo, il  tempo delle vicende che i personaggi hanno vissuto o stanno vivendo è quello della memoria e della coscienza.  Dal passato di Guido emergono fantasmi mai sopiti  che assillano il presente e il futuro  e  determinano, pennellando di «ordinaria follia»,  i suoi tempi  perché, come dice l’autrice, il suo tempo è spezzato, ne ha…

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Armonie disperse

Scegliamo innanzi tutto un punto di partenza: riva o scena, porto o evento, navigazione o racconto. Poi diventa meno importante da dove siamo partiti e più fin dove siamo giunti: quel che si è visto e come. Talvolta tutti i mari sembrano uno solo, specie quando la traversata è lunga; talvolta ognuno di essi è un altro mare. Il Mediterraneo è a un tempo simile e in altro diverso a sé stesso”
Predrag Matvejević

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photo di DANILO BALDUCCI

La forma di canale insegue il mare
intona l’acqua alle sue pietre
scintilla nella notte sconosciuta rimbalza
limpida ma non  non contiene il viaggio.
Ha tanta sete ma labbra secche come croste
cercano  la strada –vedi-  sale a picco
si ingarbuglia nel  battito ritmico
di una traversata dalle  volute chiare .
Case presenti nell’assenza  e un gioco normale di bimbo
con le braccia aperte che il padre accoglie
ma barriere e muri questi  non luoghi
che il freddo raduna nella notte
sospinto da ombre confuse  in attesa.
A nessuno verrebbe in mente di lasciare la propria casa
-come dice una poetessa somala-
ma la sopravvivenza è più forte della meta

© Maria Allo

A che scopo le parole

Solo il verso che non rinuncia a scavare parole vive nelle tenebre dell’esperienza
dell’orrido, impegnando tutte le sue risorse e le sue energie, può avanzare la
scandalosa pretesa di riaprire il libro della speranza.

Da La casa che non c’è di A.  Chiocchi

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Igor Vasiliadis

Tutto quel che siamo fluisce
con la realtà delle cose
ma si resta invisibili o indecifrati
e dunque a che scopo le parole
se arrivano solo echi a notte fonda
così lievi che neanche il vento
può fermarli …
E cosa resta di ciò che insorge
e appartiene al tempo
se si respinge il cielo .
A che scopo le parole se tetro
nello sguardo il mondo arretra …
Dicono che il silenzio splende
nei recessi piu segreti dell’ombra,
quando il deserto avanza e dà forma
alle pagine nude.
Così a grande distanza
il tempo ci confonde ma quel che resta
non svanirà dalle sue bacheche.

© Maria Allo

DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

LIMINA MUNDI

La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

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Non stupisce, perciò, che Campana insegua una concezione alta e sublime della poesia come momento assoluto di verità: è questo il senso dell’aggettivo orfico che ricorre nel titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita dal poeta ( Canti orfici, 1914). I poemetti in prosa presenti nei Canti Orfici, come Sogno di prigione, si pongono come ” illuminazioni” frammentarie di carattere onirico e visionario, in cui immagini slegate fra loro sono unificate da richiami fonici, ripetizioni e formule iterative che intessono tutto il componimento di una fitta trama di richiami…

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La solitudine della poesia si fonde con la linfa di alberi sfiorati dalla sofferenza del mondo

Questo cielo così freddo fra noi e l’inverno
Ho voglia solo di ordinare la casa i cassetti
lavare i vetri e i pavimenti
per ingannare certi silenzi che mettono radici
dentro la mia gola
toccare oggetti quotidiani
raccogliere i cocci del piatto lanciato contro i vetri.
Come un riparo la cura delle cose …
Ma ecco ecco la neve splendere nel sole
sulla ringhiera verde del cortile siderale
come occhi e solchi invisibili
nel turbine che ci asseconda
resta informe un sogno
mentre i rami sottili sfollano nel vento.
Come un rimedio la cura delle cose
in un prossimo fiorire per ricomporre le parole
a custodia di chi nasce e muore
e poi più nulla

Sommersi e salvati
Ogni tanto devi stare in mezzo a loro
percorrere strade malfamate
rovistare tra i rifiuti mentre cresce la fame
divenire corteccia gelata nel vento senza riparo
fame che cresce sui marciapiedi
sfidare i colpi della pioggia inciampare
sul ventre bianco del vento con l’ombra di sempre
e i giorni incisi sulle rive di sogni spietati.
Sappi che occorrono migliaia di mani
e un fuoco incessante nello sguardo
per ritrovare il senso di ogni andare

Sulle nostre bocche

Sulle nostre bocche fiorisce il deserto.
Ma c’è un confine in tutto
e il dentro compiuto
senza didascalie o schieramenti di cui porta il nome
non coniuga idee solo frammenti a mille.
A volte un pampino ci può sfiorare
nel mezzo della notte
disseminare sulla battigia sassi levigati
inseguire fantasmi di nereidi
ma non sapremo mai quanto durerà.
Sulle nostre bocche fiorisce l’attesa.
Recide l’aria densa di aromi
inchiodati alle narici su improvvisi fili di pioggia
seme come prova di memoria salvifica
ma c’è lo sgomento di essere vivi.
Sulle nostre bocche fiorisce la polvere.
A volte puntella l’ombra
e quando ormai non resterà più nulla
si sciuperà la vita stessa su tutta la terra.
E così che agisce la luce
eppure in un punto convergente
nulla accadrà mai invano

In un angolo quieto c’è ancora spazio
Mentre affiora luce nel silenzio
per il nostro domani
scrivo versi di cenere senza incipit o chiuse
con il sapore amaro di cardi
un addio su cigli di tombini.
Echi all’orizzonte svenano nel mare
bisbiglia nella memoria un bianco vasto
lambito da un’idea imperiosa
scheggia erosa dal vulcano
nel fondo della valle
cosi il sangue delle cose diviene un grumo
accanto a coèfore mute.
Ecco. Alfabeti esiliati inchiodano
invocazioni di sepolti e lamenti di morte
ora la terra è un grumo che recide i roveti grandi
mentre un biancospino nella molteplicità
delle ferite di questo strano inverno
coglie suoni di tuberose
Excedere

“Varcare la morte per vivere”
Yves Bonnefoy

Ciò che spaventa non è più la morte ma la vita.
si perdono le voci in questo rumore di pioggia
vagano oltre la soglia bianca
prima di esplodere nel silenzio
e restano le ombre di questa terra straniera.
Vedi come tutto inizia e si frantuma
nel sole che ci sfiora a tratti mentre piove
e noi sul selciato di una terra che diviene notte
dietro le sofferenze del giorno
che miete come falci.
Ma in ogni goccia di pioggia memoria di suoni
che in un solo gesto crepitano
come nel fuoco le parole
così la nostra vita all’alba mentre è ancora notte

6. Gli alberi

Gli alberi insegnano ai rami come stormire
di foglia in foglia
senza smettere mai di bisbigliare
agli occhi degli uomini
quel fluire segreto che ascende dalla terra.
Come fiumi scorrono dentro il calore del nostro fiato
Che a tratti brilla si allunga e si rivela
cosí fu e sempre sarà
ma trasparenza è ciò che rimane
dentro la goccia di un orizzonte intero.
Sfioriamo ciò che ci dissolve
quando dolore e sofferenza ci piegano
senza la risposta che prima ci ha stordito

n.1 ἀπορία
Inchiodato al cielo lo scirocco geme, vortica alla marina , invade i cortili, recide l’aria , corre nei vicoli socchiuso tra le auto ferme e non c’è fragore di vetri infranti nel silenzio del pomeriggio invernale colmo di respiro là dove nasce e si spegne .Ma il vento nel silenzio penetra gli alberi, ondula sulle abrasioni dei muri ,tra gli intonaci rossi delle case mentre il fragore del treno stride verso il nulla anche se la terra a poco a poco fa vibrare i teneri trifogli. E intanto la pioggia infuria e assale un coro di voci antiche tra gli sterpi nella dura luce del restare acuminato e del nostro umano passare nel ritmo della risacca. Ora le sillabe crollano sull’acqua dei tombini crepitando sopra le verdi cime i cardi, i nidi e i rami spogli. Eppure sui monti di roccia dura fiorisce il mondo.

n.2 ἀπορία

Se per tutto c’è termine e il fiume scava le nostre vie di ombre tronche perché sostare senza perdono? Fingersi veri senza simmetria mentre cresce nella ferita questa lama disumana che soffocando inganna , tiene svegli , mentre fredda alita la sera tra le vigne , le pietre e i ruderi di fronte …Ma in un punto invisibile la luce della luna si spande , trova luogo dentro i contorni delle cose , sulla soglia che lambisce un’altra forma umana fino al mare come una forza che mentre nasce muore.
Questo autunno indifeso tra i contrasti dei colori di Mondrian
Muore prima dell’alba con il ritmo di brume invernali
Mentre si fa nero il cielo e più lontano cadono le foglie.
Ma non è questo il punto
Si muore restando in piedi con il coraggio di un acrobata cretese
Anche se in agguato il reale assedia il nostro andare
n.3 ἀπορία
Non ha tregua l’umanità e tra nubi sparse la natura spande i resti del suo silenzio .Non resta che cenere nella memoria o questo nonsenso che è la vita . Qui non c’è campo o sono io a non avere campo. Nessuna poesia servirà. Niente da capire. Forse sprofondare non serve e tutto sarà uguale come prima. Ma il momento in cui nasce l’idea ,il raptus dell’incontro con l’idea , è vedere un pugno di terra e un biancospino , tenero , testardo mentre il cucùlo chiama solo nella notte, chiama una compagna forse smarrita sull’altra riva e i cipressi in sordina modulano controcanti . L’Etna intanto continua a digrignare e le bacche a suggerire tutti i nomi cancellati , recisi con molta discrezione. S’intende .
Scomposte le vene dalla marea di tarli
La gola secca strozza roca la voce
Un sasso nello stagno del petto
Le mani annaspano sudate