ispirazione

al dio dei ritorni

Al dio dei ritorni
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Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione
m.a.

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Quando il silenzio è a un passo
dalle radici di pietra
tendi l’orecchio e lascia
che ti attraversi la notte
sarai un punto sospeso
respiro incontaminato
grido muto di vento
raggio incurabile
ombra trapassata
o distanza bianca
tra le parole prima
di essere mare

m.a.

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ci sono gridi in gola
frammenti chiusi nel nascere
pezzi martoriati
foglie svenate fatte carni
onde scomposte dietro ai venti
ci sono dolori lungo la strada
rimbalzano tra un rumore e l’altro
radici invernali con la furia
di innumerevoli primavere
*
nebbie sospese travisano colori
e fanno di me nel mondo
penombra in mezzo a tante voci
m.a.

Ph F.Woodman

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Su di me c’è ancora quel vento
risorge dietro foglie disperse
cieco nel quieto spegnersi
dei passi incerti.

Su di me c’è ancora quel vento
all’altezza degli occhi dischiude
su orme di mattino
le ciglia
ma è vento che respira radici
di ruderi su vene sospese
come alba tra gli ulivi
quel vento ancora bisbiglia
come lava
a sfiorare profili d’altri lidi
in ombra
m.a.

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[…] Nella parola muore ciò che dà vita alla parola; la parola
è la vita di questa morte.Jabès

un cumulo di sabbia si veste di solitudine
rappresa sbaraglia il centro che soccombe
il corpo ai margini dentro ogni bellezza
schiude paesi in cieli ormai remoti
non c’è poesia sull’orlo tra la notte e il giorno
solo graffi le mie fedi sulla roccia
m.a.

Nella parola muore ciò che dà vita alla parola; la parola è la vita di questa morte. Jabès

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momenti e uno solo il tempo
noi pietre e alberi
con l’inganno alle calcagna
che ci ansima sul petto
in un respiro solo
come fosse il mare
così sospesi sull’orlo della notte
sgusciamo in volo
dopo ogni necessaria caduta
prendiamo forma nuova

tra le ossa e l’essenza della terra
come di morte che accende la vita
ma tu non scordare mai
il sangue versato e gli occhi delle madri
asciutti di dolore
si chiederanno perennemente
per chi restare

m.a.

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c’è chi dice che un giorno torneremo
su una furtiva linea d’orizzonte
come silenzio delle ciglia
dove eravamo già stati
rinasceremo sotto altra luce
radici maturate non più foglie
incastonate all’onda
che percuote tanti mari
c’è chi dice che il mondo
è quale lo vediamo
nelle nostre visioni
m.a.

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imperfetto ma rigoroso sboccia
quasi affondo di mani origine distesa
tronco che trasfigura crepe di afasie
Angers evoca altri mondi
voci che si ripetono da tempo
dannate nei taccuini d’ombra
verità che esistono dove finisce il vento
legame che trasmuta il nostro andare
annusa gorgogli come un trasgredire
di foglie per intensità di luce
sosta su guizzi in dettagli
che il silenzio scompone e ricompone
dove perdersi è simile al riconoscersi
m.a.

«Per esistere è sufficiente lasciarsi andare a essere,
ma per vivere,
bisogna essere qualcuno,
bisogna pure avere un OSSO,
non aver paura di mostrare l’osso,
e rischiare di perdere la carne”.

A.Artaud
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non resta a guerra finita
che un dardo smemorato
su pelle riarsa
labile erranza di sabbia
nel bosco di segni
crepe ribelli
non piegate dai venti
senza posa
non c’è risposta e forgiarsi
di nuovo destino nello spazio
così lieve al più piccolo tocco
disperde sopra una riva
come onda fugace le parole
non resta a guerra finita
che tendere imboscate
alle notti
sfiorarne gli abissi
più neri colori imperfetti
di una guerra lontana
e dilatare la carne esplosiva
che ci appartiene.
m.a.