Month: ottobre 2021

Modernità di Pirandello e dinamismo linguistico nel Turno

E niente è vero! Vero il mare, sì, vera la montagna vero il sasso; vero un filo d’erba; ma l’uomo? Sempre mascherato…

Luigi Pirandello

A cura di Maria Allo

Pirandello è un autore sperimentale e di grande attualità, anche se il vero Pirandello resta ancora lontano da noi. Una vera solitudine critica (Ferroni) [1] pesò, negli anni dieci e venti su Pirandello e celebre rimase il dissidio che oppose Croce a Pirandello riguardo alle idee estetiche espresse da quest’ultimo nell’Umorismo. Eppure, innumerevoli intellettuali e tutto il teatro italiano e occidentale ne furono a lungo influenzati. La sua denuncia al conformismo quotidiano e la critica amara alla vita comune, in tutte la sua produzione, (dalla poesia al poemetto, dalla critica letteraria e teatrale alla saggistica, alla novellistica al romanzo, passando per l’ibrido del racconto lungo e del romanzo breve), dimostrano che il professore siciliano, educato in Germania, aveva davvero colto nel segno. È letteratura di un tempo di crisi, di vuoto e di valori, come lo stesso Pirandello riconosce e che il critico russo Michail Bachtin (1895-1975) ha definito carnevalesca improntata cioè, come nel carnevale, al rovescio della normalità e riflette ancora oggi la vita degli uomini sempre più automatica, quasi da robot, incapace tanto di riflessione critica quanto di solidarietà verso il prossimo. Per tutto quasi il primo decennio del Novecento la produzione pirandelliana riserva, un interesse marginale al teatro, concentrandosi piuttosto sul versante della narrazione,[2] un’arte raffinata e laconica, come dicevo, della dissoluzione dove già si delinea quella crisi del personaggio che sarà motivo fondamentale della grande narrativa del primo novecento e della comicità sintetica e surreale del nuovo secolo (Proust, Joyce, Tozzi, Pirandello, Svevo). Sono forti i punti di contatto e gli intrecci tra l’esperienza biografica e artistica di Pirandello come il volontario allontanamento dai luoghi d’infanzia e il precoce distacco dai modi della letteratura verista di Verga e Capuana a un’inedita apertura non solo italiana ma europea. Spesso la critica ha ignorato che Pirandello, riallacciandosi alle teorie linguistiche di Graziadio Ascoli[3], abbia sempre cercato uno stile proprio, e alla fervida elaborazione dei contenuti non sia mai mancato un lavorio altrettanto intenso sulla lingua. In numerosi saggi, infatti Pirandello osserva che in Italia <<i letterati non conoscono altra lingua che quella dei libri; mentre gli illetterati continuano a parlar quella a cui sono abituati, la provinciale; ossia i veri dialetti natali. Ne nasce quindi-egli prosegue-un difetto di stile, una mancanza d’individualità, di carattere storico, e una deficienza assoluta di colore storico in una pagina di prosa…>>. Dati gli studi universitari, è naturale che abbia saputo sviluppare un’acuta riflessione sulla lingua, in un periodo di prosa narrativa spesso sfocata e informe. Naturalmente anche la lezione del De Vulgari Eloquentia di Dante è abbastanza evidente quando scrive: <<È certo altresì che, se ciascun dialetto ha un tipo fonetico e morfologico e uno stampo sintattico particolare, tutti i dialetti italiani hanno poi un fondo comune che dà anima e corpo alla lingua della nazione […]>>. E non era questa in fondo la teoria dantesca del volgare che <<in qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla [= trad. it. si manifesta in ogni città, ma non si ferma in nessuna]>>? Consapevole che non avrebbe mai riscosso il favore dei puristi, Pirandello precisa: ma << la lingua che vive, nella quale- per dirla con Ascoli- la proposta individuale, la creazione, il rifiuto, la riforma, la diffusione, l’uso sono avvenimenti ed effetti incessanti…>>.  In apparenza sembra che Pirandello, a differenza di D’Annunzio e Verga, si curi in modo secondario dello stile e che la lingua costituisca lo strumento per eccellenza della comunicazione. In realtà la provocatoria assenza di stile, l’immediatezza comunicativa, l’uniformità espressiva sono l’esito pratico dell’umorismo, che presuppone un certo distacco tra la voce narrante e la narrazione, tra il punto di vista e le cose.  La modernità della lingua pirandelliana registra una graduale evoluzione nel corso del tempo, divenendo sempre più asciutta, scientifica e meticolosa. Gli anni trascorsi a Bonn, in Germania, dove vive dal 1889 al 1891 (si era trasferito a causa di un forte contrasto con un professore dell’università romana) sono anni importanti per la sua formazione, perché ha modo di confrontarsi direttamente con la cultura tedesca, apprezzando gli autori romantici (Goethe, Heine, Tieck, Chamisso) e leggendo le opere di Schopenhauer e di Nietzsche. E nel 1891 si laurea con una tesi del dialetto di Girgenti. Ritornato stabilmente a Roma nel 1892, dopo aver rinunciato al lettorato di italiano presso l’università tedesca, Pirandello introdotto negli ambienti letterari da corregionali trapiantati a Roma, Ugo Fleres e Luigi Capuana, abbandona per il momento i versi per concentrarsi nella scrittura narrativa.  Il Turno,[4] secondo romanzo breve o racconto lungo in trenta capitoli di un centinaio di pagine, fu composto da Pirandello ventottenne nel 1985 (S. C. Sgroi 1990). Opera giovanile dunque, non tra le opere più note, dopo l’exploit d’esordio con L’esclusa nel 1893 quando già la poetica dell’umorismo era in corso di maturazione. Entrambi i romanzi quanto i vecchi e giovani riflettono, nell’argomento e nell’ambientazione, l’esperienza siciliana dell’autore. Ritroviamo, infatti, il motivo del matrimonio, così come il contrasto con uomini prepotenti e possessivi, che richiamano il rapporto tormentato del giovane Pirandello con il suocero Calogero Portolano. Come vedremo, saranno proprio la semantica e la dialettica delle relazioni a rappresentare il cuore pulsante del romanzo. In una lettera da Roma ai suoi, del 20 dicembre 1895, Pirandello così scrive: <<Sto per finire il turno che è un romanzo, non però delle proporzioni del Marta Ajala a cui ora ho dato per titolo L’esclusa>>(Pir., p. 63). Esso verrà pubblicato sette anni dopo, nel 1902, presso l’editore Giannotta di Catania, quando Pirandello è già trentacinquenne. Una seconda edizione vedrà la luce 13 anni dopo, nel 1915, presso l’editore Treves di Milano, ed una terza edizione apparirà a distanza di altri 14 anni, nel 1929, presso la Bemporad di Firenze, riveduta e corretta. Almeno tre sono dunque le edizioni rilevanti di questo romanzo pirandelliano, come ora si evince dalle varianti riportate nell’edizione curata da M. Costanzo (Cost. pp.983-1000). La personale posizione di Pirandello nel dibattito sulla questione della lingua in Italia ha certamente influito sulle sue scelte di lingua come scrittore, e in particolare nel dinamismo testuale del Turno. Fin dai suoi primi romanzi (L’ esclusa, 1901; Il turno, 1902; il Fu Mattia Pascal, 1904; I vecchi e i giovani,1912; Si gira, 1914) e dai racconti (più tardi riuniti nei 24 volumi della raccolta di Novelle per un anno) <<appare chiaro quello che si potrebbe chiamare l’impulso anarchico e antisociale, dell’opera pirandelliana. L’umorismo e la dialettica sono le armi di cui lo scrittore si serve per disintegrare e far esplodere la sua materia apparentemente umile e dimessa. L’umorismo mette allo scoperto le ipocrisie dei rapporti umani e la solitudine senza scampo dell’individuo; la dialettica, distruggendo le impalcature provvisorie del senso comune, giunge a investire alle radici il presupposto stesso dell’unità sostanziale della persona, che tende a dissolversi in una serie di atti incoerenti e in un gioco di apparenze e di fatti fittizi>>. Nel Turno il caso si beffa sistematicamente dei piani architettati da un padre per far concludere alla figlia un matrimonio economicamente vantaggioso così tutte le relazioni interpersonali, persino quelle più intime e familiari, caratterizzate da una profonda mancanza di dialogo, costringe i personaggi ad uno stato di desolante solitudine. In definitiva il primato del denaro sui sentimenti complicherà irrimediabilmente le interazioni familiari, portando a conseguenze del tutto inaspettate. Nel romanzo, il vecchio Don Diego si sposa per ben sei volte e pur di non rimanere da solo e di esorcizzare la morte si illude di trovare nella compagnia dell’altro, un antidoto contro la solitudine. Tra padre e figlia, moglie e marito, suocero e genero, nella maggior parte dei casi, parlare non è mettere a nudo pensieri ed emozioni in maniera spontanea, ma subordinare ‘la parola’ alla realizzazione di un progetto economico o al soddisfacimento di un bisogno strettamente personale.  Questo furore distruttivo che demolisce i suoi personaggi, e più spesso li denuda e li scarnifica, illumina il nucleo genuino di sofferenza al di sotto delle maschere variopinte; quella logica tormentata e delirante contengono già in sé evidentissimi i germi di uno svolgimento drammatico, e approderanno senza discontinuità alla dialettica sofferta e tormentosa delle commedie e delle tragedie composte fra il ’16 e il ’36.  Il romanzo, ricco di varianti, non è antifiorineggiante, ma piuttosto composito, aperto com’è alle diverse suggestioni delle tradizioni linguistiche italiane. Si possono individuare nella composizione del romanzo pirandelliano, almeno sette strati con altrettanti registri stilistici diversi. Lo strato dialettale siciliano, discretamente presente, in cui il dialetto materno affiora variamente e abilmente: << lui […] inebbriato, scappò […] (1902,1915, Cos. P.986 gli scappò (p.226).[5] Troviamo il morfema diminutivo affettivo- uccia (Rohlfs $ 1041[6]) con termini di parentela in usiallocutivi: Mammuccia mia, sic. Mammuzza mia: << Sì sì, sempre con te, mammucciamia! diss’egli a se stesso>>. (p.239). Lo stesso morfema diminutivo, nella variante -uzza e con valore peggiorativo/dispregiativo, appare nel lessico cittaduzza, che ora sostituisce il sintagma piccola città delle due precedenti edizioni 1902 e 1915: <<Ah, se invece di nascere in quella triste cittaduzza moribonda, fosse nato o cresciuto in una città viva, più grande, chi sa! chi sa! la passione che aveva per la musica gli avrebbe forse aperto un avvenire>> (pp.223-224). Il suffisso ampliato -rello(Rohlfs $ 1082) con valore vezzeggiativo viene usato in combinazione con nomi propri: Nociarello, sic Nuciareddu.  L’accrescitivo -one (Rohlfs $ 1095) appare combinato sia con aggettivi che con sostantivi: Contentone, sic cuntintuni “molto contento” (Cons.): <<Scappata [Stellina] Contentone!   Marcantonio Ravì si lasciò cadere su la seggiola, come fulminato.   – Scappata… con chi?   – Se lo sa lei, – rispose allegramente don Diego, scrollando le spalle. – O sola o in compagnia, è tutt’uno. Ho qui la… come si chiama? la… la cosa del Tribunale…   – Siamo già a questo? – esclamò il Ravì, rimettendosi in piedi. – Il Coppa, è lui… quell’assassino! M’ha rovinato la figlia… E voi, vecchio imbecille, ve la siete lasciata scappare?” Diavolone, sic. Diavuluni: <<Ma che diavolo dite, don Pepe! – scattò su don Marcantonio. – Vi portano al macello, e sta bene? Signori miei, scherzate o dove avete il cervello? Metter di fronte così due giovanotti a cui il sangue bolle nelle vene? Io son padre di famiglia, santo e santissimo diavolone>>!  Possiamo inoltre rilevare lo strato popolare costituito da brutte parole, insulti e imprecazioni. Questi insulti, a volte, quasi di auto-denigrazioni, lessemi indicanti momenti di auto- aggressività (birichina, imbecille, matto, morto di fame, pazzo, stupido, vecchiaccio, vigliacco epiteti- insulto come asinaccia, animale, babbeo, impostore, carogna. [Pepè] appena impugnata la sciabola, era diventato più pallido di una carogna, pp.224-45). <<Ma se puzzi di carogna, lontane un miglio>>! (p.269). Nella trama del tessuto linguistico del Turno si riscontrano anche lo strato vernacolare e quello letterario toscano <<… Lasciati servire da me! – ribattè il Coppa, fermandosi in mezzo allo scrittojo […] Non ve lo avevo detto io che colui sarebbe stato la vostra rovina e la rovina di mia figlia>>? [il Ravì parla a don Pepè] (p.299). Lo strato idiolettale, purnon essendo particolarmente spesso, testimonia la volontà di ricerca di un autore che modifica lessemi del patrimonio linguistico italiano: <<Si ricusa assolutamente di seguire il marito! E jersera m’è rimasta in casa, capite? signorinissima!Oggi la stessa storia. Non vuole neanche vederlo! >> dice don Marcantonio Ravì] (p.234). Interessante risulta pirandelliana del Turno, costituita da nomi veri non fittizi, che rinviano a una precisa realtà italiana, con uno sfondo di esperienza  autobiografica: Don Diego Alcozèr , settantaduenne (p.214,278) <<Don Diego fino fino, piccoletto, che gli arrancava accanto con lesti brevi passetti da pernice, tenendo il cappello in mano o sul pomo del bastoncino, come se si compiacesse di mostrar quell’unica e sola ciocca di capelli, ben cresciuta e bagnata in un’acqua d’incerta tinta (quasi color di rosa), la quale, rigirata, distribuita chi sa con quanto studio, gli nascondeva il cranio alla meglio>>. << Donna Carmela Mèndola, l’accanita vicina (p.30 6) della si-donna Rosa Ravì, è la portavoce del vicinato>>. La nomina ad accademico d’Italia, le acclamate tournées per il mondo e quindi il Premio Nobel (1934) consolidarono la fama di Pirandello, ma andrebbe per esempio ripensata da capo, sulle orme di Gramsci e Sciascia, la sicilianità[7] del continente Pirandello e studiare l’enorme contributo da lui dato alle avanguardie teatrali del Novecento.

© Maria Allo


[1] Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, Il Novecento, vol.III, Tomo 2;

[2] F. Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello. Tipologia e aspetti del romanzo, Patron Bologna1984;

[3] Altieri Biagi, M. L. La lingua in scena, Edizioni del Centro Nazionale di Studi Pirandelliani, Caos- Agrigento;

[4] Tutte le citazioni del Turno pirandelliano e il numero delle pagine si riferiscono a Pir. = Pirandello L., Il Turno, in L.P., Tutti i romanzi, a cura di G. Macchia con la collaborazione di M. Costanzo, Intr. Di G. Macchia, Mondadori, Milano, 1973, 1984, Vol., PP.211-315 (<<note ai testi e varianti>>), pp.980-1000

[5] Rohlfs= Rohlfs G., Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi, Torino, rist.1970, 3 voll. (orig. Ted.1949-1954);

[6] Tutte le citazioni del Turno pirandelliano e il numero delle pagine si riferiscono a Pir. = Pirandello L., Il Turno, in L.P., Tutti i romanzi, a cura di G. Macchia con la collaborazione di M. Costanzo, Intr. Di G. Macchia, Mondadori, Milano, 1973, 1984, Vol., PP.211-315 (<<note ai testi e varianti>>), pp.980-1000

[7] VS/II= Vocabolario siciliano, a cura di G. Piccitto, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Catania-Palermo, vol.I .

Etty Hillesum

Bisogna vivere con se stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti.

In:” Diario 1941-1942 – QUADERNO XI – [Martedì] 22 settembre [1942] – Traduzione di Chiara Passanti e Tina Montone – ADELPHI – 2012 “

Luce d’ombra

“Je me suis dit qu’ on écrivait toujours sur le corps mort
du monde et, de même, sur le corps mort de l’amour.”
Marguerite Duras, L’été

Si avverte sospensione
del sorgere del sole
ma  passo dopo passo
fuori da ogni immaginazione
in cima agli alberi 
piove una luce d’ombra
Fai bene a trattenerla amore
ha corpo e vene di esilio
a tuo dire indecifrato
La sua voce rende tangibile
Il silenzio come fiamma
viva  dentro il buio
la sola lingua che non conosce
protesta e sdegno
nuda e mutevole dove
tutto in superficie oscilla
sul ciglio di un abisso
e non si vede il mare

© Maria Allo

Margherita Guidacci

…se uno
ha veramente a cuore la sapienza,
non la ricerchi in vani giri,
come di chi volesse raccogliere le foglie
cadute da una pianta e già disperse dal vento,
sperando di rimetterle sul ramo

La sapienza è una pianta che rinasce
solo dalla radice, una e molteplice.
Chi vuol vederla frondeggiare alla luce
discenda nel profondo, là dove opera il dio,
segua il germoglio nel suo cammino verticale
e avrà del retto desiderio il retto
adempimento: dovunque egli sia
non gli occorre altro viaggio

Margherita Guidacci

Nessun arcobaleno

Restare nell’ombra anche se
l’alba filtra da una fessura
fino alle giunture con la singolarità
dei dettagli che gelano
la nebbia d’autunno
Ma ecco lo scoppio del temporale
fischia acuto finché il pino secolare
crolla a piazza Jolanda e la terra
tremante gira nel campo visivo
a metà mentre il panico cresce
A ogni raffica scossa il solo filo
che ci lega in un cerchio lievita
vicino al cuore con diversa luce
e nessun arcobaleno

© Maria Allo

Piazza Jolanda (CT)

Una filosofa controcorrente

HANNA ARENDT

Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola sull’arco di tempo che fu loro concesso di trascorrere sulla terra.

In: “Il pensiero secondo: Pagine scelte- II ”L’uomo, di Hannah Arendt

Come sfuriate

Erompono dalla foschia
che ci tocca nei possibili spazi
accurati giambi
mentre si perde di vista
la vita che il piede affonda
finché non cediamo
Ma il vento
ha un suo credo profano
si agita tra  felci
in rue des jardins
dai toni crudi
brandisce scomposte
crepe come sfuriate
sonore di un amore
tutto umano all’orizzonte
con gli occhi della mente

© Maria Allo

Scende la notte

Scende la notte all’ora giusta
turbina senza lumi
fino a schiantarsi nelle nubi
del passato: silenzio e oscurità
Bufere ricadute fluiscono
a finestre spente in alto sul soffitto
sotto le bende con occhi sbarrati
l’animo si piega come cedro marcio
Si fa ghiaccio e il dolore non duole
ma il seme perdura ostinato
Vedi brilla in un gergo misterioso

© Maria Allo