Day: giugno 2, 2021

Montale saggista e narratore

Benché il prestigio del Montale poeta sia tanto grande da lasciare in ombra il Montale prosatore, è sempre più diffusa l’idea che quest’ ultimo avrebbe saputo conquistarsi da solo un posto di rilievo nel panorama letterario del Novecento letterario italiano, anche indipendentemente dal contributo del suo “alter ego” versificatore. Tanto è vero che i lettori più attenti, da Contini a Mengaldo e Luperini, sono concordi nell’indicare nei testi saggistici, giornalistici, recensivi, autobiografici e narrativi di Montale uno dei corpus prosastici di più alto valore nel nostro Novecento letterario. È con l’inizio della sua collaborazione al” Corriere della Sera “, a partire dal 1946, come redattore ordinario della terza pagina, che il suo rapporto con la prosa diviene più regolare e la vocazione narrativa più decisa, anche se, come confessa lo stesso autore,” mi mancava la fantasia del narratore nato e non potevo contare che su ricordi personali, su esperienze vissute”. Da questi ricordi e da queste esperienze nasce il primo libro in prosa di Montale, La farfalla di Dinard (1956), una raccolta di racconti e note impressionistiche apparsi su quotidiani e riviste e un volume di saggi e meditazioni intellettuali. Le ultime opere di Montale, quasi tutte recanti titoli che esprimono la loro natura diaristica, intima e “narrativa”, accentuano la tendenza allo scontroso “romitaggio” del poeta, che ha sempre una parola di ammonimento per il lettore: l’esortazione a diffidare di tutti i pensieri forti, conservando la propria autonomia critica e praticando il culto del dubbio. Nel 1966 Montale raccolse in volume una serie di articoli per giornali e riviste dal 1925 agli ultimi anni. Il titolo Auto da fé è un’espressione portoghese con cui si indicavano i roghi di libri condannati, al tempo dell’Inquisizione: l’autore sembra voler fare un falò dei suoi testi (ma intanto li ristampa: c’è sempre un certo snobismo in questi suoi atteggiamenti). Propongo uno dei testi del 1961, che fa parte della numerosa serie di quelli scritti contro le degenerazioni della cultura di massa e del consumismo.
Ammazzare il tempo è il problema sempre più preoccupante che si presenta all’uomo d’oggi e di domani. Non penso all’automazione, che ridurrà sempre più le ore dedicate al lavoro. Può darsi che quando la settimana lavorativa sarà scesa da cinque a quattro o a tre si finisca per dare il bando alle macchine attualmente impiegate per sostituire l’uomo. Può darsi che allora si inventino nuovi tipi di lavoro inutile per non lasciare sul lastrico milioni o miliardi di disoccupati; ma si tratterà pur sempre di un lavoro che lascerà un ampio margine di ore libere, di ore in cui non si potrà eludere lo spettro del tempo. Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero. “Passare il tempo” dinanzi al video o assistendo a una partita di calcio non è veramente un ozio, è uno svago, ossia un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene. Ammazzare il tempo non si può senza riempirlo di occupazioni che colmino quel vuoto. E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.”.
Montale è stato uno dei più acuti e radicali critici apocalittici della società del benessere di massa. Dietro la cultura dello svago collettivo scorge un angoscioso vuoto interiore, da cui nasce la paura della solitudine e del raccoglimento, il bisogno ossessivo di distrarsi da se stessi in numerosi rituali di follia. Montale ha espresso un’alta testimonianza del suo umanesimo allarmato dal macchinismo e dalla massificazione negli scritti in prosa, oltre all’inconfondibile capacità di penetrazione critica. In Auto da fé e Sulla poesia, oltre alla rete fittissima di riferimenti colti, fanno mostra di sé le qualità di chiarezza ed equilibrio che definiscono, secondo Montale, << la natura essenzialmente civile e formativa dell’attività critica>> Nel Montale che legge, presenta e discute gli altri poeti o che analizza le metamorfosi salenti della propria epoca, come scrive Contini, << il detestabile buon senso si trasforma per una volta in qualità positiva>>. Scrivendo in prosa, insomma, il poeta finisce per realizzare al meglio quel modello intellettuale di cui lui stesso, in uno dei suoi saggi maggiori degli anni venti, aveva lamentato la mancanza nella cultura italiana. “Non mi fraintenda, ma non nego che un poeta possa o debba esercitarsi nel suo mestiere, in quanto tale. Ma i migliori esercizi sono quelli interni, fatti di meditazione e di lettura. Letture di ogni genere, non letture di poesie: non occorre che il poeta passi il tempo a leggere versi altrui, ma neppure si concepirebbe una sua ignoranza di quanto s’è fatto dal punto di vista tecnico, nell’arte sua. Il linguaggio di un poeta è un linguaggio storicizzato, un rapporto vale in quanto si oppone o si differenzia da altri linguaggi. Naturalmente il grande semenzaio d’ogni trovata poetica è nel campo della prosa. Una volta tutto era esprimibile in versi, e questi versi sembravano, e talvolta erano, poesia. Oggi si dicono in versi solo determinate cose”. Eugenio Montale, da “La Rassegna d’Italia” Intenzioni (Intervista immaginaria). Pubblicata nel 1946, questa intervista immaginaria si risolve in un lungo soliloquio nel quale la funzione di un muto interlocutore serve solo a inventare una distesa colloquialità tonale e a giustificare alcuni passaggi un po’ bruschi, la disposizione apparentemente casuale degli argomenti. In realtà il filo del discorso non va mai perduto, e Montale pronuncia, con una sicurezza solo velata dal timbro dimesso, il senso del suo itinerario poetico ed esistenziale, illuminando in particolar modo il passaggio dagli Ossi alle Occasioni definendo i termini del suo rapporto con il grande poeta inglese T.S. Eliot. Resta netta la definizione della poesia come mezzo di conoscenza così intensa nei suoi versi. Tipicamente montaliano è il tono della conclusione come si può notare, rileggendo gli ultimi versi di Piccolo testamento, dove l’umile riconoscimento dei propri limiti non inficia ma rafforza la rivendicazione di un minimalistico eroismo: “Ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria ch’ era consentito alle mie deboli forze”.
“…Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero”.
Il lascito che egli affida al lettore consiste in un atteggiamento di coerente e tenace difesa dei valori fondamentali della cultura e dell’uomo, costantemente riproposti attraverso una poesia dimessa ma al tempo stesso orgogliosa (<< l’umiltà non era/ vile>>, vv.28-29), protesa nello sforzo costante di indicare una via di salvezza dalla barbarie, dall’ignoranza e dalla violenza della storia. Un valore autoesegetico hanno anche molte delle interviste, nelle quali Montale si racconta e si spiega, abbozza bilanci, dichiara i punti centrali della sua poetica, traccia a grandi linee un percorso delle sue letture, da un romanziere come Fromentin a un filosofo come Boutroux a un poeta come Eliot. Sono prose, dunque, che da un lato illuminano meglio un Montale poeta, dall’altro ci consegnano l’immagine di uno dei più acuti e sensibili critici del Novecento, un lettore in grado di accostare i testi e decifrarli senza nessuna concessione agli schemi interpretativi alla moda, alla luce di un gusto e di un buon senso sempre fedeli a se stessi, che attraversano decenni di critica idealistica o ermetica, impegnata o strutturalistica, mantenendo indenne la loro autonomia di giudizio. Oltre che un grande poeta, Montale deve essere considerato come uno dei più importanti critici letterari e saggisti di tutto il Novecento italiano, sia per la qualità che per la quantità del suo lavoro di lettura, analisi e discussione soprattutto della poesia a lui contemporanea.

© Maria Allo

Note bibliografiche

Auto da fé: Cronache in due tempi di Eugenio Montale — Mondadori
Fuori di casa di Eugenio Montale — Mondadori
Prose narrative di Eugenio Montale
Scritture, Il Novecento, tomo II Mondadori