Frammenti : A Giuseppe Ungaretti

vergata genuflessa
dannata
questa meta di acqua alle frontiere
grave mi attraversa
incedere distratto senza volto
tono oscuro sguardo frettoloso
sospensione senza un prezzo
ma so di appartenerti tutta
realtà cruda
nomade parola
presenza oralità

una penombra mi si addice
kairòs tra spazio e veglia dove sostare
tensione che si fa fiume
taglia la mia lingua
morte e luce a tratti
esplodono

tutto comincia con questo mare
attraversa tutti noi
epopea ancestrale di ogni dire

m.a.

questa cosa che muore, che è la vita stessa,
ha le stesse foglie caduche del melograno, gli stessi soffitti anneriti sotto i quali riponevo te, scorta di grano, l’uguale disposizione dei mattini estivi, ora fievoli fiati che appannano gli occhi.

non posso scriverne a lungo, essa è agli sgoccioli come il nostro cuore, le vene e l’acqua di fonte, si dissipa in viltà così minute che la memoria non trattiene, che la mente mina coi suoi anticorpi specializzati; questa cosa che muore ha due case e due fronti, in uno ripara, nell’altra è sotto mira, sicché anziché finestre ha feritoie e siamo bravi cecchini se da lontano osserviamo noi stessi avvicinarci alla porta, mendicanti, imploranti, ci figuriamo il nemico armato fino ai denti e, prima che gratti il nostro legno, spariamo.

questa cosa che muore, muore così distante, ci risparmiamo lo sguardo, la sua muta preghiera, l’agonia condivisa.

passiamo oltre a questa cosa che muore, la chiamiamo tutta con lo stesso nome, ricordo, mentre col soffio del mantice ci respira accanto: che invece fosse gioia o rimpianto, o nostalgia, o commossa bellezza, e allegria di naufraghi – e subito riprende il viaggio, come dopo il naufragio un superstite lupo di mare* – o mano calda per mano fredda, o cura, o passione linfatica per la nostra poesia, non fa niente, eccoci al suo capezzale: potrà fare mai male ora guardare la sua linea sinusoidale, affidarsi ad tracciato che prenda, immediato, il posto del gran destino e di tutti i destini vassalli che abbiamo assoldato come inutili servi che dormono negli stanzini, che ci rubano il pane, che passano dalle nostre stanze in livrea solo per spostare un granello di polvere e, perfetti e compassati, i passi attutiti, non lucidano che i telai dei giorni disperati e sperati.

questa cosa che muore è opaca, perde i connotati, la sua testa rimpicciolisce come le prede dei cannibali, ci sarà tanto tempo per farcene una ragione, pensiamo, non appena usciti fuori dal villaggio selvaggio, e la ragione la porteremo dalla nostra parte con la vergogna ben nascosta in tasca, immaginetta aureolata di ogni stropicciato torto.

questa cosa che muore non parla, muove appena le dita in un alfabeto malato, digita su un lenzuolo la sua richiesta di aiuto, su un letto che viene sempre cambiato purché il nostro, dove l’amore è impresso, dove il pianto e il bacio erano sindone di scapole e di sterno in assetto di volo, purché questa garza che ha avvolto i nostri succhi, sia alla meglio, con le nostre stesse mani, lavata.

questa cosa che muore troverà mille espedienti per ingannarmi, per mostrarmi in ogni modo che sta morire, ma non risparmierà mai me dal sapere che con il mio unico coraggio umano, forse pudico, forse impudico, io vivente ti ho chiesto amore con un fiore feriale e come mai, immemore di parole, ti ho custodito.

G. Ungaretti

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3 comments

  1. Interessante il contrasto tra il tuo scritto e quello di Ungaretti (se ho compreso bene). Altra poesia che si legge con piacere e si assapora come bicchiere di vino buono.
    Un sorriso per la giornata.
    ^____^

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  2. Maria, per quanto abbia sempre cercato di non confondere i due piani della lettura e dell’immedesimazione e abbia sempre messo un freno ad una trascendenza emotiva figlia solo del mio intimo…non riesco a leggere questo tuo scritto assieme a quello di Ungaretti con un nodo in gola.
    Lo stesso che mi fa terminare qui questo commento.

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